di Andrea Minchella
VISTO
CAMPO DI BATTAGLIA, di Gianni Amelio (Italia 2024, 104 min.).
Gianni Amelio, dopo l’intenso “Il Signore delle Formiche”, torna con una storia sussurrata e quasi impercettibile. Il regista trasferisce sulla pellicola la contrapposizione tra l’immane violenza della prima guerra mondiale e la delicatezza di una narrazione che diventa una sorta di percorso onirico tra le migliaia di morti che una guerra si porta dietro. In “Campo di Battaglia” le conseguenze disumane del conflitto armato escono dal confine delle trincee per invadere ogni aspetto e ogni dettaglio della vita di un uomo. Amelio, infatti, non filma mai una trincea o un campo di battaglia. La guerra raccontata dall’autore calabrese si consuma in un ospedale militare dove vengono curati i feriti del fronte per poterli rimandare nuovamente a combattere. L’urgenza di rimpinguare continuamente le truppe che rovinosamente cercano di mantenere la linea offensiva nel nord est dell’Italia porta il personale medico a “rattoppare” i feriti per spedirli prima possibile a combattere anche senza una recuperata idoneità.
Nell’ospedale militare della vicenda troviamo l’ufficiale medico Stefano, interpretato da un capace e maturo Gabreil Montesi, che non sopporta di dover curare le ferite sospette dei soldati intenti ad evitare in ogni modo il ritorno al fronte. L’autolesionismo e la simulazione stavano diventando, infatti, una prassi diffusa trai poveri militari che pur di non tornare a combattere erano pronti a sopportare amputazioni e ferite autoinflitte. Stefano, da integerrimo ufficiale e da convinto patriota, fatica ad accettare l’idea che spesso le cure del suo personale medico servano a medicare anche i soldati “furbi e vigliacchi” oltre ai valorosi combattenti che davvero venivano feriti in combattimento. A fianco di Stefano lavora anche Giulio, interpretato da un assoluto Alessandro Borghi, che ha una visione della guerra e dei suoi feriti opposta al patriottismo militaresco del collega e amico Stefano.
I due si si conoscono dai tempi dell’università. Mentre Stefano, però, è lanciato verso una futura carriera politica, provenendo da una famiglia potente ed influente, Giulio porta avanti la sua professione di medico estraniandosi dalle dinamiche belliche e strategiche e pensando soltanto all’uomo martoriato e indifeso che c’è dentro una divisa. Definito da molti soldati dell’ospedale “La Mano Santa”, Giulio di nascosto cerca in ogni modo di far evitare il ritorno al fronte a quei soldati che, già feriti, non vogliono essere curati per tornare in trincea. Giulio non solo li asseconda ma li aiuta a procurarsi infezioni e ferite che li possono riformare definitivamente. Questa sua pratica, intrisa di una gentile pietà e di una composta umanità, non passerà inosservata nemmeno a Stefano che dovrà prendere una decisione dolorosa che comprometterà non solo il rapporto tra loro ma anche il rapporto che i due hanno con la loro vecchia compagna di università Anna, ora infermiera nell’ospedale militare. I due medici si ritroveranno ancora insieme per cercare di combattere la diffusione incontrollata della “Spagnola” che stava incominciando a mietere numerose vittime tra la popolazione civile e i soldati al fronte. Da ricercatore e biologo Giulio cercherà fino alla fine di trovare un rimedio ad una guerra molto più subdola di quella combattuta sul fronte e che ucciderà un numero di persone molto vicino a quello dei combattimenti armati.
Liberamente ispirato al romanzo “La Sfida” di Carlo Patriarca, la pellicola ci restituisce la crudezza e la tragedia di una guerra che per molto tempio fu raccontata come un atto valoroso compiuto da patrioti ed eroi. Molti dei soldati impegnati nel conflitto mondiale erano stati costretti ad abbandonare le loro vite misere per un ideale che nemmeno conoscevano. Tanti hanno cercato ogni modo per evitare di finire al fronte. Il romanzo e il film si insinuano dolcemente nelle zone d’ombra che la Storia spesso dimentica a favore di una narrazione più eroica e patriottica.
Impossibile a non pensare alla recente epidemia che ha paralizzato il mondo intero guardando l’incapacità e la miopia di alcuni personaggi nell’accettare e nel gestire l’influenza che ucciderà, solo in Italia, quasi seicento mila persone, poco meno dei caduti in battaglia.
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RIVISTO
LA GRANDE GUERRA, di Mario Monicelli (Italia- Francia 1959, 135 min.).
Monicelli alla fine degli anni cinquanta restituisce all’Italia una visione meno eroica e più sguaiata della prima guerra mondiale. Grazie all’interpretazione di due giganti come Gassman e Sordi la guerra, violenta, disumana e inutile, diventa un evento meno traumatico grazie alla volontà dei due soldati di evitare ad ogni costo la prima linea. Un’analisi amara che ci strappa qualche sorriso per farci sentire meno angosciati. Un capolavoro.
