di Massimo Lodi
I treni non circolano come dovrebbero, ma il ministro che vi sovrintende fa circolare con trasporto l’idea d’un nuovo viaggio della Lega sul binario di destra. Giudicato scorrevole, filante, amico. Difatti al pratone di Pontida, domenica prossima, è stato invitato il Gotha del radicalismo europeo di quest’area. Non si sa quant’invitati aderiranno. Orban (Ungheria), Wilders (Olanda), Ventura (Portogallo) di certo sì. E non è poco. Il resto farà da contorno al vicepremier determinato nell’intestarsi la concorrenza alla Meloni, pur al prezzo di sfidare il frondismo interno al Carroccio. L’ala dei governatori non sembra entusiasta d’un tale progetto, mentre va riunendosi in un’associazione (Patto per il Nord) il dissenso dei nostalgici bossiani e di quanti seguirono fiduciosi il proposito di sindacato del Settentrione. Presenteranno simbolo e obiettivi il 15 ottobre a Vimercate.

Al Capitano importano zero le critiche d’aver snaturato il partito delle origini. Trasformandolo, riuscì a condurlo alla soglia-monstre del 34 per cento, elezioni europee del ’19. Poi venne il deragliamento -ah, ‘sti binari- del Papeete. E i pieni poteri, o quasi, se li presero altri. Oggi il pericolo è che, ricevutili nel ’22, la Meloni non li molli più, e perfino li accresca, pur se le insidie della manovra economica potrebbero inguaiarla, come dimostrano le cupe reazioni all’annuncio dei sacrifici prossimi venturi fatto da Giorgetti. Dunque Salvini rilancia, scommette sull’iperdestra, si dichiara apertis verbis competitore della premier, prova a ostentare l’estrema purezza ideologica ormai impedita alla presidente del Consiglio. Tendenza che s’accentuerà se Trump dovesse vincere in America, Putin resistere a un piano di mediazione in Ucraina, il Medio Oriente diventare teatro di guerra allargato ai confini dell’Ue.
Pontida non è più il simbolo del federalismo ruspante. Pontida diventa l’icona sovranista d’un Salvini indipendente dal sé stesso d’una volta, deciso a vaccinarsi da aspirazioni locali giudicate logore e ispirato invece a Vannacciarsi, condividendo la linea di pensiero del generale da lui cooptato alle europee del giugno scorso. Senza quel mezzo milione di voti recatogli in dote dall’ex parà, il segretario del Carroccio ci avrebbe rimesso la ghirba, dunque dal verdetto per Strasburgo ha deciso di ripartire. La Lega di Vannacci ha convinto la Lega di Salvini alla mutazione suprema, nel timore di due rischi: 1) consegnare il partito al nuovo venuto, che forse non aspira alla leadership, e però non la rifiuterebbe se alla prima occasione gli elettori gliela regalassero; 2) incitare il parlamentare-generale a costruirsi una sua formazione politica, qualora l’attuale che lo ospita dovesse derogare da una linea di conservatorismo impermeabile a ogni mitigazione. Se andasse così, il treno di Salvini (rieccoci) avrebbe finito la corsa, e Vannacci scenderebbe dalla carrozza altrui per salire su una sua locomotiva. Se ne avverte già l’immaginifico (?) fischio.
