Chi sbaglia paga e i cocci sono suoi. Te lo insegnano da piccolo, ma da grande capisci che non è proprio così. Non sempre, quanto meno. Ci sono situazioni, dove se va male i cocci sono nostri, se va bene di nessuno. Ci permettiamo di inserire nel variegato panorama di cocci senza padrone la vicenda di Stefano Binda, brebbiese che nessuno ha ucciso in vita sua, arrestato nel 2016 per l’omicidio, che mai ha commesso, dell’ex compagna di liceo Lidia Macchi, ferita aperta in quel di Varese 30 anni prima dello scatto di manette in favor di telecamere.
Accade che Binda, subito (e chi non lo avrebbe fatto) spieghi di non aver massacrato Lidia Macchi con 27 coltellate e che, consapevole del fatto che non basta la parola, fornisce persino un alibi: al momento dell’omicidio stava a Pragelato. Accade poi che nel processo di primo grado, davanti a testimoni che confermano quest’alibi, Binda venga condannato all’ergastolo. Perché? Boh. Ed è disarmante. A ristabilire un equilibrio ci pensano i giudici della Corte d’Appello di Milano, che non solo assolvono Binda ma descrivono in modo imbarazzante le motivazioni addotte per l’ergastolo (giudici e magistrati si denunceranno tra loro ma non è cosa che interessa adesso). La pietra tombale la mette la Cassazione che assolve Binda con formula ampissima davanti a un sostituto Pg che specifica «La presunzione di innocenza deve valere anche pr lui».
No sbagliamo mai
Quindi abbiamo un uomo accusato di un delitto che non ha commesso, per questo ingiustamente detenuto per 3 ani e 6 mesi, un bel pezzo di vita, che una volta riabilitato e tornato libero fa quello che faremmo tutti: chiede i danni per ingiusta detenzione. Per quel pezzo di vita di cui è stato privato, per quell’onta, di essere additato come un assassino davanti a tutta Italia. Di chi sono i cocci? Di Binda, a quanto pare almeno sino ad oggi. La Corte d’Appello di Milano gli riconosce un risarcimento. La procura generale di Milano ricorre in Cassazione. La Cassazione dice che sì, Binda deve essere risarcito ma meno. E ieri l’avvocatura dello Stato ha impugnato la prima sentenza risarcitoria. Un casino.
Un casino
Un casino grosso, dove i cocci appaiono enormi. Qualcuno ha sbagliato e a pagare dovremmo essere noi. Perché questo è: un eventuale risarcimento arriverebbe dallo Stato e lo Stato, siamo noi. Ma va bene: un uomo per bene è stato privato ingiustamente per un errore di quasi quattro anni di vita. Ha diritto a un indennizzo. Ache se l’avvocatura dello Stato, sempre noi, non è d’accordo.
Sappiamo chi ha sbagliato
In realtà chi ha sbagliato ha un nome e un cognome ma i cocci sono anonimi. Capita, certo, ma se io sbaglio voi mi querelate e io pago. Se sbaglia un magistrato paghiamo tutti, ma lasciamo perdere il tema e non si parli di Kasta per carità. Facendola breve un uomo è stato ingiustamente incarcerato dalla Stato e lo Stato ora si rifiuta di ammettere di aver sbagliato. Che Stato è? Chi ha deciso non è sottoposto al giudizio di nessuno?. I magistrati non vengono eletti, non rispondono al popolo, citando termini in voga. I cocci non sono mai loro e, a quanto pare, anche se sbagliano non succede nulla. Al massimo paghiamo noi. Che va bene, se si tratta di restituire un torto. Ma riflettano le istituzioni, che invece al giudizio del popolo sono sottoposte tramite elezioni, quanto si sta allargando questo solco tra verità giuridica e giustizia percepita dai cittadini? E quanto quest’ampio solco è pericoloso per la democrazia? Questo vuole essere un piccolo invito al buonsenso. Che dovrebbe governare tutti, legge compresa.
