Varese e Busto, dove sono finite le opposizioni?

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La domanda è: nelle nostre città esistono ancora le opposizioni? Domanda retorica, se si vuole, ma in alcune realtà amministrative motivo di riflessione sul modo di approcciarsi alla politica dei partiti soccombenti alle elezioni. Lo scrive Massimo Lodi nell’editoriale di Malpensa24 dedicato ai tre anni del Galimberti bis a Varese:Una destra debole/debolissima nel praticare l’opposizione”. Non serve tradurre il concetto: i partiti che dovrebbero fungere da “cani da guardia” dell’esecutivo sembrano aver tirato i remi in barca, lasciano fare e, quando prendono posizione, lo fanno su temi che, al contrario, meriterebbero un plauso, come i cantieri che stanno cambiando in meglio la Città Giardino. Gli stessi cantieri che il centrodestra, al governo di Palazzo Estense per decenni, ha sempre e soltanto annunciato. Forse per rabbia o per invidia, le minoranze finiscono per perdere di vista ben altre faccende.

Discorso a parte invertite a Busto Arsizio: il centrosinistra dorme di un sonno profondo. Semplicemente, non c’è. Il Comune è reduce da un pasticciato e discutibile, nei modi e nelle conclusioni, rimpasto di giunta. Un’occasione unica per un attacco frontale alla maggioranza che sostiene Emanuele Antonelli. Invece, silenzio. Roba che in altri tempi avrebbe scatenato il finimondo, in specie sulla sponda di sinistra, dominata, allora, da un Partito comunista che, al di là dei contenuti ideologici più o meno condivisibili, aveva a mente cosa fosse la politica.

E oggi? Per molti aspetti e in diverse località (non tutte, per fortuna) pare vinca il basso profilo, se non la rassegnazione: “Tanto non ci ascolterebbero, tanto non possiamo farci niente”. In altri termini, si rinuncia a essere opposizione. Colpa di norme che affidano tutto il potere decisionale al primo cittadino e alla sua giunta. Colpa anche di politici svogliati, indifferenti alla causa per cui sono stati eletti, privi di quella cosa che i napoletani chiamano “cazzimma”.

Evitiamo di addentrarci poi in territori molto più scivolosi, come la mancanza di quel senso politico e civico che in passato animava i consigli comunali e l’intera attività amministrativa, da destra a sinistra. Qui il discorso dovrebbe ampliarsi alle competenze personali di molti degli attuali eletti,  presi più che altro a spettegolare sulle cadreghe invece che sui problemi reali delle città, supposto che abbiano gli strumenti per affrontare e risolvere i problemi più complessi. In questo caso, per carità di patria, siamo noi a imporci il silenzio. Limitandoci a rammentare come coloro che, invece, nella società civile posseggono gli “strumenti” di cui sopra,  preferiscano occuparsi degli affari loro. E non solo per egoismo.

Risultato, assistiamo a una triste deriva del confronto tra le forze in campo, che non prevedono, tra l’altro, l’individuazione di alternative amministrative credibili per il futuro. Al massimo ci si diverte nel gioco delle previsioni nominali sui candidati, come faceva Maurizio Mosca, ricordate?, con il calcio mercato: manca soltanto il mitico pendolino. Complici in questo mezzo disastro etico/culturale ci siamo anche noi giornalisti, poco attenti alla sostanza delle vicende municipali, in molti casi imbarazzanti veline per sindaci e assessori, incapaci di critiche costruttive “per non avere rogne” e “per non bruciarsi le fonti”.

E’ il sistema nel suo complesso che non regge più rispetto a comportamenti che non hanno in agenda, se non per meri obblighi istituzionali, le questioni della collettività; che, al massimo, si concentrano sui particolari e sui singoli interessi. La politica, anzi, la nuova politica ha enormi responsabilità. Ma nemmeno se ne accorge. O, quando se ne accorge, passa oltre. Il silenzio alla fine paga. Soprattutto con una politica specchio di una società colpevolmente distratta, sciatta,  addirittura indifferente.

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