L’agenda Meloni due anni dopo

lodi meloni governo
22 ottobre 2022, Giorgia Meloni giura davanti a Sergio Mattarella

di Massimo Lodi

Beh, poteva andar peggio. Anche meglio, si capisce. I due anni del governo Meloni poco invidiano a precedenti esecutivi, di molto si dolgono guardando ai propositi iniziali. Andiamo al sodo. Sono stati mantenuti la coerenza in campo internazionale e salvaguardati i conti pubblici. Politica estera, politica economica: attesi al varco, i sovranisti han proseguito nel solco tracciato dai non sovranisti. Garantire l’atteggiamento occidentalista verso la guerra Russia-Ucraina non era semplice: ci si è riusciti, nonostante una parte della maggioranza (Salvini) abbia spesso sbandato. Fuoristrada subito riassorbiti. Tener testa a debito e deficit era un’impresa, per realizzarla ci si è dovuti rimangiare i boatos d’una volta, tipo l’aggressiva campagna anti-Fornero sulle pensioni. Retromarcia compiuta, al prezzo di litigi fra FdI/Forza Italia e Lega. Ha prevalso il realismo, sia il benvenuto. Anche dove latita: sanità, scuola, immigrazione.

Per il resto, routinario ménage d’un Paese in cui chi si oppone chiacchiera un sacco, chi comanda combina assai meno dell’annunciato. Resiste la solidissima tradizione dell’ambiguità trasversale. Una roba è stare dietro la barricata a gridare, un’altra nel Palazzo ad amministrare.

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Massimo Lodi

Serviva più coraggio nel definire il nuovo assetto dirigenziale. Invece no. La fedeltà ha fatto premio extra-large sulla competenza. In parecchi non all’altezza, nel team ministeriale, come evidenziato dal caso Sangiuliano. Un rimpasto di mezza legislatura, cioè entro la primavera del ’25, aiuterebbe. Ma insiste il difetto nel rifiutare la critica, pur se viene da versanti impermeabili al pregiudizio: vi si legge l’intrigo/la cospirazione, sempre e comunque. Un errore figlio di decenni trascorsi in minoranza a subire, e dunque la vittoria elettorale è divenuta conquista del potere. Non insediamento alla guida della nazione. E invece patriottismo di bottega, revanche da sofferta emarginazione, riflesso d’orgoglio che intravede appunto/solo il complottismo. Naturalmente nella grande stampa, nemica a prescindere. Ma perfino in organismi dello Stato che fanno il loro dovere: non si valuta se bene o male, si valuta se favorevole o meno a Chigi. Nel secondo caso, la conclusione rituale è che sussiste intenzionalità di ribaltone. Esemplare l’attuale polemica con la magistratura, oggetto l’operazione-immigrati in Albania.

Il dunque sta tuttavia nella ragionevolezza che -al netto di propagandismi tenaci e noncuranza delle regole istituzionali- ha imposto l’agenda Meloni in prosecuzione dell’agenda Draghi. Un quaderno pragmatico, con dentro qualche foto utile a spettacolarizzare i sogni, fra una pagina e l’altra delle concretezze di giornata: vedi la riforma chiamata premierato. Anche/soprattutto il temuto differenziarsi europeo è rimasto negl’impulsi comizianti e non nella quotidianità operativa, un po’ per convinzione propria un po’ per il pressing dei soci di Bruxelles un po’ per le esortazioni americane. Siamo parte d’un certo mondo, e dobbiamo seguitare ad esserlo. Magari presentandoci, nell’insieme, in una formazione meno suscettibile di perplessità/ironie; e abbandonando una volta per sempre quei nostalgismi di facciata che rischiano di far perdere la faccia. Non ce n’è ratio logica, oltre che politica.

lodi meloni governo – MALPENSA24

 

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