di Andrea Minchella
VISTO: PARTHENOPE, di Paolo Sorrentino (Italia- Francia 2024, 136 min.).
Vedi Napoli e poi muori. Anzi, vedi Napoli e poi ama. Ama ogni cosa che ti circonda. Ama ogni persona che incontri. Ama ogni luogo in cui ti ritrovi anche solo per un istante. Non basterà, forse, a rendere meno dolorosa la vita. Ma è l’unica cosa che sappiamo fare. Paolo Sorrentino scrive e dirige un’opera maestosa e ambiziosa sulla Napoli perduta e ritrovata. Il regista visionario scrive e dirige la grandezza di una città che tracima tra contraddizioni e miseria ma che non ti lascia mai andare via definitivamente.
“Parthenope” è l’epica iconografica della Napoli di Sorrentino e di tutti quelli che da Napoli sono andati via. “Parthenope” è un ritratto mitologico della città più bella del mondo ma allo stesso tempo più complicata e devastata del mondo. Paolo Sorrentino prende la sua città e la cuce addosso ad un’attrice bellissima che trasforma il suo corpo in un dipinto carico di miti e di sfumature che diventano il racconto di una vita. Celeste Dalla Porta diventa Napoli, e Napoli diventa Parthenope che nasce nell’acqua e cresce tra amori, domande, sofferenze, desideri e la voglia di conoscere ogni sfumatura che la vita si porta dietro.
Parthenope si interroga spesso ma fatica a trovare delle risposte. Perché forse le risposte sono nascoste nella profondità di una città che ingloba ogni emozione per risputarle martoriate e grondanti di sangue. Parthenope vuole amare ed essere amata. Vuole conoscere ed essere conosciuta. Ma diventare adulti, scopre, significa perdere ogni appiglio alla serenità ed alla speranza. Parthenope scopre, in una Napoli svelata da una cinepresa che non risparmia nulla, che indagare la propria anima rischia di proiettarla fuori dalla città, fuori dal mondo che l’ha cullata e l’ha nutrita.
Paolo Sorrentino, dopo l’intimo” E’ Stata la Mano di Dio” torna a Napoli conciliandosi nuovamente con il registro stilistico che lo ha reso famoso. Modella e scolpisce un’opera densa di immagini didascaliche ed oniriche che si intrecciano violentemente con la narrazione intima della protagonista. Parthenope viene filmata e fotografata dalla bravissima Daria D’Amico, e si muove in una Napoli cesellata da un bravissimo Carmine Guarino. La luce diventa motore simbiotico delle emozioni che ogni inquadratura riesce ad evocare. Paolo Sorrentino vuole rendere omaggio, senza fare sconti, alla Napoli della sua infanzia e adolescenza, e alla Napoli ritrovata dopo molti anni.
“Parthenope” è un film complicato, che ha probabilmente bisogno di più visioni per poter meglio cogliere tutte le tracce che il regista ha disseminato nel suo racconto. Il viaggio che lo spettatore compie è un viaggio simbolico nella Napoli dello sfarzo, della politica popolare, dei bassi dove le famiglie vivono nell’ombra, della camorra e del calcio che amalgama ogni centimetro della città. Il viaggio nella Napoli di “Parthenope” è il viaggio nell’anima della protagonista che vuole emanciparsi ma che rimane dolcemente legata alle mille contraddizioni della sua città. Il viaggio di “Parthenope” è il viaggio che ogni spettatore compie nei ricordi della sua vita, nella memoria malinconica e offuscata di una giovinezza durata troppo poco. “Parthenope” è la somma di tutti i ricordi, a volte sbiaditi, a volte più vividi, di ciò che siamo stati e di ciò che ci ha resi quello che siamo. I ricordi e le speranze si mischiano con le illusioni e le promesse in un vortice di lacrime e sorrisi che avvolgono le nostre esistenze. Solo un attimo lungo un soffio può bastare a proiettarci in una memoria fatta di amori indicibili e tragedie taciute.
Sorrentino scandisce la sua storia in una pellicola carica di rimandi felliniani e di atmosfere del cinema francese di Truffaut. La grammatica essenziale si amalgama con lo sfarzo barocco e ripugnate di alcune sequenze. Tutto viene rimodellato grazie alla bellezza divina e terrena della protagonista che fluttua nelle inquadrature che Sorrentino costruisce con eleganza e sincerità. “Parthenope” è un trattato poetico di antropologia religiosa e di filosofia estetica che rimarrà per sempre nella nostra mente.
***
RIVISTO
IO BALLO DA SOLA, di Bernardo Bertolucci (Italia- Regno Unito- Francia 1996, 113 min.).
Bertolucci realizza un racconto intenso sul viaggio iniziatico di un’adolescente che diventa donna in una terra iconografica e meravigliosa.
Liv Tyler incarna perfettamente la carica esplosiva della giovinezza pronta a trasformarsi nella sensualità più delicata e ipnotica. Un resoconto poetico e schietto della spensieratezza e dell’amore come architravi della vita di ogni individuo sulla terra. Sublime.
