Gallarate deve rammaricarsi? Sì, ma non più di tanto. A pensarci bene, la decisione della giuria del Ministero della Cultura di assegnare il titolo di Capitale dell’arte contemporanea per il 2026 a Gibellina somiglia tanto a una soluzione politica; una di quelle scelte che, ai livelli alti, vengono prese per questioni di opportunità geografiche e sociali, per spingere il Sud a discapito di altre aree della Penisola. Discorso fazioso, anzi, viziato da un certo leghismo, potrebbe pensare qualcuno. Discorso realistico, diciamo noi: il dubbio che abbiano fatto premio considerazioni che esulano dal merito stesso della “gara” indetta dal Mic è legittimo alla luce delle proposte alternative delle altre città finaliste, Carrara, Todi, Pescara e, appunto, Gallarate.
Una città, Gallarate, che all’arte contemporanea ha dedicato un premio nazionale e un museo, il Maga, evoluzione della vecchia Galleria d’arte moderna che per molti decenni, sull’entusiasmo di Silvio Zanella, ha rappresentato e, con i nuovi padiglioni espositivi, rappresenta il punto di riferimento artistico e culturale della provincia di Varese e dell’hinterland milanese. Un patrimonio collettivo che la sconfitta di Gallarate in favore della cittadina siciliana non scalfisce minimamente. Il fatto di essere ammessi alla cinquina dei finalisti è comunque il riconoscimento di un impegno che in questi ultimi anni, nonostante all’inizio, l’esecutivo di centrodestra a traino Lega e, prima ancora, quella di centrosinistra, guardassero con disagio al museo (costava troppo!); un impegno, dicevamo, che ha fatto crescere in qualità e in attività il Maga e tutto quanto gira ad esso attorno.
Tante le iniziative e le occasioni per consolidare il prestigio della struttura di via De Magri, ripresasi dopo l’incendio di qualche anno fa che ne aveva minato addirittura la continuità. La mancata promozione a capitale dell’arte contemporanea genera malcontento, non può essere diversamente per coloro che hanno speso e spendono risorse di tempo, di idee e di denaro per il Maga. Ma è anche un momento per rinnovarne la vicinanza, per fare ancora di più. Esattamente come recita il titolo del progetto presentato al Mic: La cultura del fare, il fare della cultura. Quasi un imperativo in una città che è sempre stata “del fare”, in tutti i campi. A cominciare da quello culturale: non a caso veniva enfaticamente definita una piccola Atene.
E non a caso Provincia e Regione cercano, più o meno tiepidamente, di sostenerne le iniziative, come in quest’ultima occasione. Un sostegno che richiederebbe però una maggiore convinzione (il Ministero è addirittura socio fondatore del Maga: dov’è stato in tutti questi anni?), un più attento e concreto sforzo, non soltanto economico. Come pare abbia fatto la Regione Sicilia con Gibellina, cittadina (meno di 4000 abitanti) risorta dal terremoto del ’68 nella Valle del Belice e accompagnata a braccetto al confronto del Ministero. Fino al punto da paventare il rischio di una esclusione per il fatto che un’altra località siciliana, Agrigento, sarà nel prossimo anno capitale italiana della cultura. Insomma, nessuno avrebbe dovuto mettere in discussione un’eventuale doppia nomina. Nessuno, infatti, l’ha messa in discussione. E non si dica che sia soltanto un caso.
Gallarate, sogno infranto. È Gibellina la Capitale dell’arte contemporanea
