di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, giorni dopo la vittoria di Trump molti commentatori, giornalisti e opinionisti di nobili origini ci vogliono spiegare perché ha vinto l’esecrabile tycoon di New York. In realtà vogliono insegnarci perché hanno perso i democratici. Con un artifizio retorico a mio parere un po’ banale, il grande professor Cacciari ha affermato che “Non ha vinto Donald, ha perso la sinistra”. La frase in questione suona bene, ma mi pare davvero una grande sciocchezza.
Avevo già scritto come la Harris fosse stata descritta con toni entusiastici come un formidabile avversario di Trump solo quando ha avuto la designazione del presidente Biden. Avevo annotato come in realtà fosse sconosciuta alla maggior parte dell’elettorato americano (prima descritta come un vicepresidente fantasma) e come avesse spostato artificialmente molte posizioni su immigrazione, criminalità, economia e transizione energetica prima radicali e integraliste verso un centro piuttosto moderato. Dopo l’unico dibattito televisivo con Trump l’entusiasmo era cresciuto. Recentemente l’ottimo Severgnini ha scritto un’articolessa dal titolo “Se il cattivo esempio diventa vincente”.
Trump non ha vinto, ha stravinto proprio con il voto popolare, quello che doveva essere patrimonio dei democratici e questo non avveniva da almeno venti anni. Credo che entrambi, Cacciari e Severgnini, si siano sbagliati. Mi viene facile affermare: “Cari miei, questa è la democrazia”. Non ha votato solo la signorina che mette il cappottino al cane a Manhattan, ha votato anche la signora che ha il mutuo da pagare e si mangia il Big Mac ad Atlanta. La domanda vera che, a mio parere, ha fatto da discrimine è stata pronunciata dal tycoon: “State meglio ora o stavate meglio quattro anni fa?” e l’elettorato americano ha risposto.
Per la vittoria di Trump sono stati determinanti gli elettori ispanici e quelli di colore negli stati chiave, per non parlare delle comunità araba e musulmana. Per esempio in Georgia, considerato uno degli stati dominati del fronte dei black, il 52% dei voti è andato a Trump. A New York, altro centro del voto democratico, il borgo più multietnico e popolare Staten Island, ha scelto Trump. A giudicare dai dati sembra abbastanza evidente che queste elezioni siano la vittoria del cosiddetto popolo e delle cosiddette minoranze contro le cosiddette élites. Ora sappiamo che anche in Arizona, uno degli ultimi Stati in bilico, la maggioranza ha premiato il partito repubblicano. Ho qualche amico negli USA e tutti mi avevano comunicato, prima delle elezioni, che avrebbero votato Trump, ognuno per diverse ragioni.
Tutti quanti i giornali ci dicono come l’attuale inquilino della Casa Bianca sia apparso molto conciliante sul passaggio dei poteri (dal 5/6 novembre fino al 20 gennaio) affinché il presidente eletto possa prendere possesso della carica. In questo periodo vi sono delle commissioni per la transizione e Biden ha dichiarato che queste commissioni saranno molto pacifiche e che lui è totalmente a disposizione. Ha affermato anche qualcosa di non dovuto che lo fa uscire da questa campagna elettorale da vero signore: “Non si può amare il proprio paese soltanto quando si vince”. Chapeau!

E adesso? Edward N. Luttwak cerca di spiegarci cosa farà Trump con la maggioranza che ha ottenuto sia in Senato (fondamentale perché negli USA è il senato che approva le nomine del presidente, per esempio i giudici della Corte Suprema, le cariche ed il personale all’interno del governo) sia alla Camera. Alcuni sostengono che il partito repubblicano è stato “trumpizzato” ma l’OGP ha espresso senatori e deputati in ogni parte del paese. Inoltre, avendo in controllo di tutto il partito, Trump questa volta non commetterà gli errori del primo mandato e non si farà spingere dall’establishment a nominare persone che non condividano fino in fondo le sue intenzioni, persone che poi all’epoca non hanno collaborato. Intanto si vocifera che Rubio ex governatore e Pompeo ex capo della Cia faranno parte del governo Trump.
Di certo, per quanto riguarda la politica estera, il Trump II sarà guidato dai suoi più stretti consiglieri, piuttosto che dalla burocrazia. Questo vale certamente per la guerra in Ucraina che non può finire senza l’accordo con la Russia. Putin ha elogiato l’elezione di Trump e questo apre il dialogo che con Biden era scomparso con insulti scambiati. Una cosa è certa per noi filo ucraini, la pace si può fare soltanto se i due contendenti perdono qualcosa. Se si aspetta la sconfitta finale di qualcuno che non vedo probabile né per la Russia ma neanche per l’Ucraina che si difende con il coltello fra i denti, la guerra si trascinerà per molti dolorosi anni. Putin a questo punto potrebbe accettare un compromesso offerto dal suo omologo degli USA senza temere di esser accusato di debolezza.
Una relazione così conciliante non può funzionare con l’Iran. Obama aveva avuto un approccio aperto con gli ayatollah concedendo favori economici che non hanno favorito la pace in Medioriente. Durante il Trump I, i rigidi controlli sulle entrate iraniane avevano ridotto l’espansione militare di Teheran. Luttwak afferma che con Biden i controlli sono spariti e i petrodollari sono serviti a sovvenzionare Hezbollah, Houti ed anche Hamas. Vedremo ora cosa Trump, che ha voluto gli accordi di Abramo, metterà in campo. Israele è e resterà il paese amico dell’occidente.
E l’Europa resta a guardare. Giuliano Ferrara, che detesta Trump, sul Foglio del 8 novembre dice una cosa intelligente: attenzione gente, l’altra volta in Europa c’erano Macron in crescita (ops) e la Sig.ra Merkel una mediatrice in piena potenza. Oggi Macron conta molto poco e Scholz è in evidente difficoltà ed ha appena licenziato il ministro delle finanze liberale. Se non avrà di nuovo la fiducia dal parlamento dovrà andare alle elezioni. Sulla scena europea la Meloni appare oggi come una figura di riferimento ed ha già avviato dei contatti con la nuova amministrazione USA.
Cari amici vicini e lontani, è ovviamente molto difficile interpretare il vero significato della vittoria di Trump, ma di certo sarà molto interessante osservare il nuovo orizzonte che si aprirà con il nuovo anno.
