Congresso Lega: tra unanimismo e nanismo

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Matteo Salvini scruta nel buio, cerca nuova luce sulla scena politica

di Massimo Lodi

In questo momento ci vuole unità. Anche solo di facciata. Dunque domenica 15 dicembre a Milano congresso lombardo della Lega con candidato unico Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, esponente dell’ala nordista, sodale sì, ma critico verso Salvini. Che prima fa scendere in campo il prediletto Toccalini, poi gl’impone il passo di lato. Non indietro: l’escluso otterrà alternativi/importanti ruoli. Il terzo che voleva gettarsi nell’agone, Invernizzi, s’è ritirato lamentando: sarà un’assemblea-farsa, ipse dixit.

Farsa no. Le scelte per acclamazione appartengono al Dna del partito, non a caso definito leninista da Maroni, un giorno di molti anni fa. Il dissenso, se c’è, deve vivere sottotraccia. Mai sopra. Oggi c’è, però la convenienza generale (Vannacci non c’entra: o c’entra, mica gli venisse in mente di lanciare un’Opa sul Carroccio?) suggerisce d’attenersi all’antica regola. Tanto più che il segretario fra una settimana verrà processato a Palermo -vicenda Open Arms- e ha bisogno di truppe compatte. Altro che tignare coi distinguo, altro che protestare verso il sovranismo, altro che demonizzare le fallaci simpatie sudiste. Etci etci, direbbe Frassica.

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Massimo Lodi

Eppure gli argomenti di recriminazione non mancano. Per esempio: la legge Fornero doveva essere smontata, invece no. Le tasse bisognava diminuirle, invece no. Il ponte sullo Stretto era roba impensabile all’occhio padano, invece no. La Meloni veniva giudicata una meteora, invece no. Soprattutto: l’autonomia differenziata avrebbe fatto la differenza in questa legislatura, invece ni/no. Si dubita fortemente che la faccia, deciderà il referendum. E qui basta, ma altro si potrebbe dire, tipo sulla politica estera: ripetuti cenni di filoputinismo, avversione alla Nato, scarti rispetto alle scelte governative nei diversi scenari di guerra, sgomitamenti alla ricerca di propaganda-opportunity con la star di turno (vedi Trump). Parole, parole, parole. Quando arriva l’ora dei fatti, si vota al fianco di Giorgia. E se ne sopporta la primazìa mediatica. Motivo: se va giù Chigi, il Capitano (e vicepremier: lui non dimentica mai che esiste un vicepremier da tutelare) non si rialza più. Il poco rimastogli è attaccar briga con Tajani, scelta minore e zero foriera di maggiore aplomb presso gli elettori. Nelle ultime votazioni e nei sondaggi Forza Italia non soffre l’insidia della Lega mentre la Lega soffre l’insidia di Forza Italia. E non parliamo della subalternità a Fratelli d’Italia, addirittura pretendenti l’anno venturo alla poltronissima veneta del doge Zaia.

Dunque il congresso milanese s’annuncia come rituale, obbligata, logora rappresentazione. Non un confronto d’aperta vivacità bensì una partita dal pronostico chiuso. L’aspettativa/il miraggio dei delusi risiede nella qualità politica di Romeo, uno che ha storia territoriale, esperienza d’istituzioni, talento di mediatore. Risultando impraticabile una rivoluzione, chissà che non gli riesca d’affermare un cauto riformismo. Forse oggi ne capirebbe il senso comunitario, pur se non comunista, perfino Lenin. E i leghisti sanno quanto sarebbe funzionale alla loro causa. Meglio hic et nunc l’unanimismo del nanismo.

Toccalini si ritira, Romeo candidato unico alla segreteria della Lega Lombarda

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