Il cinema della Memoria: amaro, struggente, necessario

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Schndler's List, lo straordinario film di Steven Spielberg sull'Olocausto

di Andrea Minchella

Il cinema ha da sempre avuto un rapporto molto stretto con l’Olocausto. Storie dentro i campi e racconti di persone che direttamente o indirettamente hanno avuto a che fare con i milioni di morti di quei campi hanno dato infiniti spunti per la realizzazione di pellicole potenti e indelebili. Quei film hanno cercato di testimoniare grazie a sequenze strazianti la brutale follia che si è scagliata contro un popolo intero. Ogni paese del mondo ha cercato di contribuire con il racconto di una vicenda, di un fatto, di un momento, che diventasse un tassello di un grande e variopinto ritratto di uno dei momenti più bui che l’umanità abbia attraversato.

I film prodotti che sono in qualche modo incentrati sulla “Shoah” sono molti e furono realizzati già pochi anni dopo la fine della guerra. Ovviamente i film degli anni cinquanta e sessanta non potevano avere a disposizione tutta la documentazione e le testimonianze che negli anni, invece, hanno potuto preziosamente arricchire i soggetti e le sceneggiature che successivamente sono stati scritti su quel tremendo periodo. Per molti anni i sopravvissuti furono reticenti e i loro racconti delle violenze e delle torture tardarono ad essere messe in luce e a conoscenza del mondo.

Tra i molti film realizzati alcuni vale la pena guardare, o riguardare, perché capaci in maniera chiara e lucida di trasmettere anche solo un granello della violenza e della sofferenza che i protagonisti di quelle vicende furono costretti a vivere o perché in grado di testimoniare la fredda e ancora oggi inspiegabile violenza di molti protagonisti che presero parte a quella follia criminale collettiva.

Aspettando che esca l’interessante “Le Assaggiatrici” di Silvio Soldini tratto dal toccante romanzo di Rosella Pastorino, che tratta di 10 ragazze tedesche costrette ad assaggiare nella “Tana del Lupo” il cibo destinato ad Hitler, ecco di seguito alcuni titoli che mi hanno particolarmente segnato per la crudezza poetica e per la dilaniante veridicità con cui sono stati realizzati.

Nel 1982 il mondo rimase senza fiato assistendo alla più difficile e straziante delle scelte che una madre deportata passa compiere: quella di salvare solo uno dei suoi due figli appena arrivata ad Auschwitz. Meryl Streep ci regala con “La Scelta di Sophie”, di Alan J. Pakula, probabilmente la sua più intensa e sofferente interpretazione di sempre.

Nel 1987 il regista francese Louis Malle realizzò “Arrivederci Ragazzi”, un racconto pieno di dolcezza e sofferenza in cui l’Olocausto non si vede ma la cui atmosfera pesante e opprimente si può percepire in una innocente storia di ragazzi che vivono in un collegio religioso in Francia travolto dal rastrellamento dei tedeschi nei confronti degli ebrei francesi.

Nel 1993 Steven Spielberg firma probabilmente il più toccante e duro resoconto sui lager, “Schindler’s List”, e sulla figura di Schindler che, come tanti, si adoperò con tutte le sue forze per salvare quanti più ebrei riuscì. Liam Neeson e Ralph Fiennes divennero epica universale del bene e del male in uno dei film più profondi del regista statunitense.

Nel 1997 Roberto Benigni incantò il mondo con il suo “La Vita e Bella” in cui gioia e sofferenza, vita e morte, amore e odio si amalgamarono a favore di un racconto carico di neorealismo e leggerezza di uno degli eventi più strazianti che toccò anche l’Italia per via delle leggi razziali del 1938. Anche molti italiani furono deportati e non tornarono mai più. Benigni incentra la sua storia su un padre e suo figlio che superarono quell’inferno grazie alla fantasia e all’amore smisurato per la vita. Anche se per molti quegli elementi non furono sufficienti.

Nel 2004 proprio la Germania realizzò forse il più realistico e sconcertante ritratto sull’uomo che ideò la macchina infernale dei campi di concentramento. Bruno Ganz divenne per il mondo intero Adolf Hitler nel “La Caduta”, del regista Oliver Hirshbiegel, nei suoi ultimi giorni di vita recluso in un bunker tra follia, allucinazioni, speranze e, probabilmente, rimorsi.

L’anno successivo l’attore Liev Schreiber si cimentò con la regia di un film unico e illuminante sulle radici e sulla ricerca, quasi ossessiva, che molti ebrei di oggi fecero cercando tracce dei lontani parenti che rimasero intrappolati nella violenza assurda dei campi di concentramento. Il viaggio che compie Jonathan di “Ogni Cosa è Illuminata” è il viaggio che molti ebrei hanno dovuto affrontare tra i ricordi e le testimonianze di un passato che difficilmente potrà mai svanire nell’oblio.

Nel 2008 Kate Winslet ci regalò l’affresco inedito e gelido di una donna che ebbe un ruolo determinante in uno dei tanti stermini che avvennero ad Aushwitz. “The Reader” è uno di quei film che pur non trattando direttamente le vicende del campo polacco, riesce comunque a trasmettere tutta la claustrofobica violenza che in quel luogo venne perpetuata su milioni di individui.

Nel 2013 la giovane regista Lucia Puenzo indagò con morbosa poetica nel “The German Doctor” la figura di Mengele, ormai rifugiato in argentina, e della sua ossessione per la scienza estrema mai del tutto assopita. Fu nel 2015 che il regista ungherese Nemes realizzò forse il più crudo e realistico racconto di ciò che avveniva ad Auschwitz e del ruolo che molti ebrei erano costretti ad avere nelle uccisioni di massa che avvenivano nelle gigantesche camere a Gas. “Il Figlio di Saul” rimane, ad oggi, probabilmente la più cruda e vera testimonianza cinematografica di quell’orrore.

Dell’anno scorso, poi, è l’agghiacciante “La Zona di Interesse” in cui un lucido Jonathan Glazer ritrae la serena e leggera esistenza di Rudolh Hoss, direttore di Auschwitz, e della sua famiglia nella villetta a pochi passi dal campo. Solo un muro divide la graziosa abitazione dal più grande campo di concentramento che i tedeschi abbiano usato per la loro “soluzione finale”.

Molti di questi film furono tratti da libri scritti o dai sopravvissuti dei campi o da chi è entrato in contatto con qualcuno che in quei campi ci ha vissuto. Molte pellicole sono state scritte grazie alle testimonianze e ai racconti che hanno avuto, e hanno tuttora, la funzione di fissare per sempre e trasmettere alle generazioni future quanta violenza inaudita può essere scagliata contro un popolo, una razza o una minoranza, senza che nessuno si renda conto fino in fondo di ciò che accade, magari, a pochi metri dalla propria abitazione.

Anche il cinema contribuisce a tenere vivo il ricordo di un evento che spesso è al centro di polemiche o, peggio, di revisioni storiche infondate e assurde. L’arte ha il compito sociale e pedagogico di fissare per sempre le sensazioni, le emozioni e le testimonianze che insieme formano un flusso inarrestabile di una memoria collettiva che tutti dovrebbero conoscere.

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