BUSTO ARSIZIO – «Il dosso all’incrocio tra via Maino e via Adua? No, ci sono altre soluzioni più efficaci per mettere in sicurezza quel punto». A rivelarlo è l’architetto Marco Fardelli, socio Fiab (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta) ed Epmc (esperto promotore della mobilità ciclistica), che vede nella cosiddetta “Curb Extension”, ovvero l’estensione del cordolo, lo stratagemma di riduzione della velocità che potrebbe fare al caso di una delle intersezioni più incidentate della città. Più funzionale dei “dossi” o rialzi pedonali che molti residenti continuano ad invocare per la riduzione della velocità negli incroci della zona prevalentemente residenziale tra il Comune, l’ospedale e il tribunale.
Incroci pericolosi
Sono diversi infatti i punti da anni ormai sotto “osservazioni” per i ripetuti scontri all’incrocio: via Maino-via Adua, ma anche via Maino-via Nannetti e via Gavinana-via Culin, solo per citare i più attenzionati. Tutti caratterizzati da strade a senso unico che incrociano con vie con meno traffico. «Perché si verificano così tanti incidenti? È una questione di percezione della dimensione delle strade: via Maino è larga sei metri, quando sarebbero sufficienti 3 metri e mezzo. Logico che, essendo a senso unico, induce gli automobilisti a spingere sull’acceleratore un po’ più del dovuto, così ad ogni incrocio basta una minima distrazione per provocare un incidente» così Fardelli, che ormai da anni, da utilizzatore della bicicletta, porta avanti la sua “crociata” a favore della mobilità leggera in città, ma anche della cultura di una mobilità che non sia automobile-centrica.
I restringimenti
«Se estendiamo il cordolo della via Maino all’altezza dell’incrocio si crea una strettoia che farebbe rallentare le automobili in arrivo – spiega l’esperto di mobilità – avremmo, di fatto, un marciapiede più largo in corrispondenza del passaggio pedonale, che non comprometterebbe alcuno stallo di sosta lungo la via ma renderebbe più sicuro l’attraversamento dei pedoni. Oggi devono fare sei metri di carreggiata per andare sul marciapiede opposto, con la “curb extension” ne farebbero poco meno della metà, solo pochi passi. Non ci sarebbe più la sensazione del pedone che “si butta sulle strisce”». Inoltre, il restringimento della carreggiata «obbliga ad una manovra più lenta anche chi svolta». Ovviamente, aggiunge Fardelli, «questi marciapiedi estesi devono essere “arredati”, magari con del verde o una pianta, per evitare che le automobili finiscano per parcheggiarci sopra».
Le alternative ai dossi
La proposta del restringimento della carreggiata all’incrocio tra via Maino e via Adua è solo un esempio delle diverse opzioni di “traffic calming” che ormai sono state da tempo sperimentate in giro per il mondo e che invece a Busto Arsizio hanno fatto fatica ad attecchire. «Qui si parla sempre di dossi e rialzi, opere spesso poco praticabili e che rappresentano delle “scocciature” per gli automobilisti – ma ci sono anche accorgimenti meno costosi e più efficaci come le chicane, che si possono creare lungo le vie a senso unico alternando gli stalli di sosta sui due lati della strada. Oppure i “cuscini berlinesi” che sono una sorta di mini-dossi quadrati al centro della carreggiata che sono sormontabili dalle ambulanze e dai mezzi pesanti ma costringono a rallentare le automobili, e attualmente sono in fase di sperimentazione». Insomma, una mobilità diversa è possibile, per l’architetto Fardelli: «Perché queste soluzioni trovano ostacoli? Per pigrizia o per opportunità politica, visto che quando si mettono dei “paletti” si trovano mille nemici. Ma dobbiamo domandarci quale città vogliamo consegnare alle generazioni di domani, se una città blindata dal traffico privato oppure a misura delle persone che la abitano. Nonostante rotonde e semafori intelligenti il traffico rimane e i costi sociali degli incidenti anche».
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