PARABIAGO – «Sapevo tutto, ma non ho fatto niente per impedirlo». E’ ancora Massimo Ferretti, l’ex amante di Adilma Pereira Carneiro, brasiliana, 49 anni, a processo con lui e altre cinque persone per l’omicidio di Fabio Ravasio, compagno della donna, a parlare di come il piano per eliminare Ravasio, morto il 9 agosto scorso a Parabiago dopo essere stato travolto da un auto che inizialmente si pensava pirata, avrebbe preso forma.
Un legame patologico
Ferretti, che aveva già chiesto di essere ammesso alla giustizia riparativa chiedendo perdono ai famigliari di Ravasio, ha rilasciato oggi, lunedì 3 marzo, spontanee dichiarazioni davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Busto Arsizio presieduta da Giuseppe Fazio. Ferretti, di fatto, ha ripetuto quanto aveva già asserito davanti al pubblico ministero Ciro Caramore, che ha coordinato le indagini, subito dopo l’arresto. «Conobbi Adilma nel mio bar di Parabiago – ha detto Ferretti – Era con il suo santone (la donna è un’adepta della religione afrobrasiliana del Candomblè), faceva dei riti. Talvolta utilizzava anche animali morti per compierli. Mi innamorai di lei, credevo fosse amore ma era un legame patologico. Mi trattava male, eppure non riuscivo ad allontanarmi da lei».
Voleva assoldare un sicario
Ferretti ha spiegato come la 49enne «ci raccontava che Ravasio la maltrattava, la picchiava. Noi le dicevamo di lasciarlo, lei diceva di avere paura». E il piano per eliminare Ravasio avrebbe iniziato a maturare con Adilma che, secondo l’ex amante, voleva trovare un sicario. «A giugno 2024 lei iniziò ad insistere, bisognava trovare qualcuno per uccidere Ravasio». Secondo Ferretti la mantide disse che avrebbe preso contatti con qualcuno a Milano visto che lui era troppo codardo per farlo. Ma servivano somme importanti, sino a 100mila euro, che la donna non aveva.
Tutti sapevamo
A quel punto prese forma l’idea di simulare un incidente stradale. Secondo le dichiarazioni di Ferretti tutti, con la sola esclusione del meccanico Fabio Oliva, sapevano del piano. Le riunioni per pianificare l’omicidio avvenivano nel bar dell’uomo. Inizialmente, stando a Ferretti, alla guida dell’auto ci sarebbe dovuto essere Marcello Trifone, secondo marito della donna, anche lui a processo e che sarà sottoposto a perizia psichiatrica. La donna, però, non si fidava e così al volante ci finì il figlio Igor Benedito, che in una lettera dal carcere, ha accusato la madre di avergli fatto uccidere «la sola persona che vedeva del buono in me». Nella prossima udienza, ad aprile, altri due imputati rilasceranno spontanee dichiarazioni.
