SOMMA LOMBARDO – «Non si ripara l’irreparabile, ma abbiamo affrontato i fantasmi con la nostra amicizia improbabile». Così Agnese Moro – nel silenzio dell’Auditorium San Luigi di Somma Lombardo – parla di chi, quasi cinquant’anni fa, ha rapito e ucciso suo padre, Aldo Moro. Accanto a lei la moderatrice Michela Prando e Franco Bonisoli, ex brigatista che prese parte al rapimento dell’ex presidente del consiglio. «Ho pagato il mio debito con lo Stato. Ho pagato a delle leggi, a dei codici, ma non alle persone cui ho fatto dei danni irreparabili», racconta. È così che nasce l’idea di un incontro, di una «giustizia riparativa» che cercasse di rimettere insieme quello che è stato spezzato per sempre.
L’evento, organizzato giovedì sera 6 marzo dalla Comunità pastorale di Somma Lombardo, ha riempito la sala. Ad aprire la serata l’intervento del prevosto don Basilio Mascetti che, attraverso la riattivazione del Cinema e serate come queste, punta a dare un impulso culturale alla città.
I fantasmi
Aveva 25 anni, al tempo dei fatti, Agnese Moro. Da allora, la sua vita si è fermata. «Tutti i sentimenti vissuti in quel momento sono diventati perenni: rabbia rancore, disgusto, senso di colpa», racconta. «Mio padre è stato vivo per 55 giorni, io l’avrei dovuto riportare a casa e non ci sono riuscita». Sensazioni che l’hanno portata a circondarsi di fantasmi. «Un fantasma è mio papà, che ho salutato una mattina da una porta e non ho mai rivisto. Ma un fantasma sono anche io e la mia famiglia. Quel passato non è mai passato, è sempre oggi». Proprio per cercare di esorcizzarli nasce la volontà di incontrare Bonisoli e gli altri brigatisti. «L’incontro è fondamentale, riporta su un piano umano una cosa diventata mostruosa, ingestibile, che invece è fatta da scelte di persone»
L’incontro
A proporre per primo gli incontri è stato Franco Bonisoli, ex brigatista che – prima di dissociarsi dalla lotta armata – ha preso parte al ferimento di Indro Montanelli e al rapimento di Aldo Moro. «Dopo 22 anni e mezzo ho finito la mia pena, che doveva essere di quattro ergastoli e 105 anni», spiega. «Quando sono uscito volevo restituire qualcosa. Incontrare le persone a cui avevamo fatto dei danni irreparabili era un forte problema di coscienza. Così ho iniziato a desiderarlo». Un desiderio «strano – dice Moro – aveva fatto anni di carcere duro eppure mi voleva incontrare».
La persona
Il primo incontro fra i due, che da allora sono diventati «improbabili amici», ha permesso e di superare l’ostacolo che aveva fermato le loro vite. «Di Agnese mi ha colpito che continuasse a chiedermi del mio oggi, non le interessava il passato», ricorda Bonisoli. «Pensai che lo facesse per la presenza dei mediatori, e allora chiesi di restare solo con lei. Accettò, ma volle solo che continuassi a parlare di chi ero diventato». Ma era proprio questo, per Moro, il senso di incontrarlo: «Chi era allora lo ricordavo: uno dei fantasmi. Io avevo bisogno di sapere chi era diventato, perché quando conosci una persona il fantasma se ne va».
Giustizia e perdono
È racchiuso qui il significato della giustizia riparativa, un termine che pare quasi un ossimoro. «Non posso riavere mio padre, e nulla mi può risarcire di quello che ho perso», spiega Moro. «Ma lui poteva ascoltarmi, volevo che sapesse cosa mi aveva tolto, chi era e cosa significava per me», ma, soprattutto, «che era una persona. Avevo bisogno che ritornasse ad esserlo e che gli restituisse la sua umanità. Così l’ha restituita anche a me». Un ponte fra i due «creato dal dolore che avevamo dentro», dice Bonisoli.
Parla solo di giustizia, Agnese Moro, mai di perdono. «È una cosa nobilissima, ma non è pertinente. Non c’è alcun obbligo di perdono, anche quando la giustizia arriva».
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