Tornare a vincere anche per un’unghia. Sandro Aggiustatutto docet

*di Marco Pinti

A Sandro Galleani devo un’unghia, letteralmente.

Avrò avuto dodici anni, allenamento pomeridiano, rimessa dal fondo per gli avversari. Il lancio è lungo, io lo vedo arrivare, capisco che posso intercettarlo. Allora, mi tuffo e riesco a smanacciare la palla fuori, ma nel cadere appoggio le dita sul parquet, squarciandomi l’unghia dell’anulare.

Nei miei ricordi segue un lungo intermezzo di schermo al nero, finché non compare il faccione di Sandro Galleani, sbucato da chissà dove. Sono seduto sulla panchina, lui mi scruta nascondendo una certa preoccupazione dietro un sorriso che sapeva essere tanto rassicurante, quanto professionale. “Senti, Marco”, mi dice tutto serio. “Devi farmi una promessa”. Io lo fisso negli occhi pur di non spostare l’inquadratura sul dito che pulsa, avvolto dalla borsa del ghiaccio.Adesso io faccio una cosa”, prosegue afferrandomi delicatamente la mano, “ma tu devi promettermi che restiamo amici, dopo”. Io annuisco, me lo ricordo bene.

Se lo ricordano anche i miei nervi perché, mentre scrivo, tornano a rattrappirsi come le zampe di un ragno un attimo prima del temporale. A quel punto Sandro copre le mie dita con le sue, prende un respiro e con un gesto da meccanico riporta la mia povera unghia nel punto in cui dovrebbe stare. Oggi bisogna proprio farci caso, guardarla bene, per riconoscere il segno di quel giorno, la striatura che la rende diversa dalle altre. Fino a ieri era solo un ricordo, ora la guardo come un’opera d’arte con firma d’autore: “Anulare sinistro: il dito della fede”, di Sandro Galleani.

E chissà quanti varesini, come me, gli devono una falange, una spalla, una clavicola, una caviglia, perché se qualcuno si infortunava al Campus non c’era distinzione tra prima squadra o minibasket, ci pensava sempre lui: Sandro Aggiustatutto. Forse era un segno di tempi, dove ogni cosa aveva un sapore più artigianale, ma è difficile immaginare un esempio migliore per raccontare come una società di pallacanestro possa essere tutt’uno con una comunità. Valeva allora, ma credo sia vero anche oggi. Continuano ad assomigliarsi, squadra e città. Entrambe sanno sorprendere chiunque le sottovaluti, entrambe cercano il modo di superare una stagione complicata, entrambe hanno deciso di scommettere sul futuro che, come diceva una fortunata pubblicità, “all’inizio, è sempre un cantiere”.

Se poi vogliamo metterla sul piano artistico e religioso, possiamo trovare un parallelismo anche nel Sacro Monte. Perfino lassù, dopo la salita che porta alla cappella con le tre croci, vagamente simili alle tre T di “Trento, Trapani e Tortona”, arriva la buona novella della Resurrezione”.

Nel frattempo, come Kastritis prima dei tiri liberi, pregare non è una cattiva idea.

*Comunicatore politico
e tifoso Pallacanestro Varese

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