Al di là di ogni ragionevole dubbio

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Il test del Dna a sostegno dell'azione investigativa

“Abbiamo fiducia nella magistratura”. Lo ripetono spesso i difensori di persone indagate per qualunque tipo di reato. Si tratta quasi sempre di una formula prudenziale, tesa ad affermare indirettamente l’estraneità del proprio assistito dalle accuse che vengono mosse dai pubblici ministeri e, quindi, per dichiararsi sicuri dell’efficacia delle indagini in corso. Insomma, una prassi. Che poggia però sull’incertezza rispetto ad eventi delittuosi che richiedono approfondimenti e verifiche prima di arrivare al processo. In chiaro, per costruire prove “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Questo è il punto. Lo dimostra in modo clamoroso il caso Garlasco, l’omicidio della povera Chiara Poggi, delitto attorno al quale si sono riaperte le indagini diciotto anni dopo, con l’ex fidanzato della ragazza in carcere con una condanna definitiva a sedici anni. Per la giustizia è lui l’assassino. Benché all’uso dell’indicativo sarebbe più corretto il condizionale: potrebbe essere lui. Le cronache di queste settimane hanno raccontato per filo e per segno gli sviluppi di una vicenda non del tutto esemplare sul versante della fiducia da concedere a chi indaga: ora c’è un altro sospettato, che avrebbe lasciato la propria firma, il Dna, sulla scena del delitto.

Vittorio Feltri è dall’inizio, cioè dal 2007,  che sostiene l’innocenza di Alberto Stasi, l’autore, meglio,ad oggi il presunto autore dell’omicidio. Tanto che il noto giornalista, nei giorni in cui Stasi gode dei permessi per uscire dal carcere per lavorare, lo invita a pranzo. Scelta che lascia supporre come  Feltri abbia contezza di qualcosa di più concreto che non una semplice sensazione, diciamo così, a pelle. Forse la convinzione che le indagini furono fatte male?

Anche la riapertura del processo al maresciallo dei carabinieri Mottola, di sua moglie di suo figlio per l’uccisione ad Arce della diciottenne Serena Mollicone depone sfavorevolmente per la sopracitata fiducia. Di più, una super perizia autoptica sul corpo di Liliana Resinovich, la signora triestina trovata morta in un bosco quattro anni fa, ha accertato soltanto adesso che non si è trattato di suicidio ma di aggressione e soffocamento. Potremmo continuare con altre situazioni analoghe, con conclusioni affrettate e inveritiere. Comunque, pregiudizievoli della verità dei fatti.

Detto questo, anche la condanna e la successiva assoluzione definitiva del varesino Stefano Binda per l’assassinio di Lidia Macchi parlano a sfavore di chi ha condotto l’inchiesta. In questo caso, i giudici hanno messo una pezza, ma dopo i tre anni che l’imputato ha trascorso in carcere. Che ora chiede un giusto risarcimento, senza però, per il momento, ottenerlo.

Che qualcosa non funzioni nel sistema ci sembra evidente: soltanto nel 2023 le Corti d’appello hanno riconosciuto più di cinquecento detenzioni ingiuste. Non tutte sono da ricondurre a indagini affrettate, superficiali, condizionate dall’esigenza di rispondere all’invadenza dei media (sul caso Garlasco, giornali e tv hanno ripiantato le tende) e all’ansia dell’opinione pubblica, che vuole sapere e ha bisogno di rassicurazioni anche investigative e giudiziarie dopo efferati fatti che la sconvolgono. Finisce così che gli errori giudiziari, anche in conseguenza di quelli investigativi, siano uno dei problemi che l’invocata riforma giudiziaria non potrà risolvere. La giustizia, è vero, è un fatto tecnico, con regole e procedure precise, ma rimane pur sempre in mano agli uomini.

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