di Massimo Lodi
C’era una volta l’America. Ora ce n’è un’altra. Il d-day, giornata dei dazi, segna la cesura d’un felice rapporto pluridecennale, da prima del ’45 a oggi. Da quando gli Usa ci vennero in soccorso durante la Seconda guerra mondiale, da quando ci aiutarono a rivivere col Piano Marshall, da quando hanno mischiato la loro cultura alla nostra, favorendo il boom economico, il progresso, il salto nel Nuovo mondo. Che non era più e solo quello oltre l’Atlantico, era anche quello al di qua. Il mondo che aveva rimosso i deliri nazifascisti.
Trump ha dissolto questa sorta di sacro patto, di grande fiducia, di rassicurante protezione. Per molti aspetti una cosa sola, adesso Usa e Europa son due cose. Distinte, dialettiche, confliggenti. Indietro l’amicizia, avanti i sospetti. Il danno economico delle scellerate tariffe imposte dal tycoon è perfino poco se si pensa al danno politico che seguirà. L’Occidente moderno-contemporaneo, tradizionalmente inteso, ne esce distrutto. Non a caso Von der Leyen parla di conseguenze disastrose. Pur se/forse in parte attenuabili, perché all’annuncio delle misure-capestro si succederanno trattative, aggiustamenti, processi di reciproco adattamento. Ma la ferita resta, è grave, dolorosa. Chiude un’epoca, ne apre un’altra.
Però dal male potrebbe sortire il bene. Cioè la spinta all’Ue a darsi finalmente una mossa. A diventare ciò che avrebbe voluto/dovuto essere: un gigantesco/efficiente stato federale. Chi l’aveva pensato, non immaginava che l’opera sarebbe finita nel colpevole stand by. L’emergenza incita a completarla, come uno bravo a vederci giusto, Mario Draghi, ha sollecitato a lungo e inutilmente. Disperarsi serve a poco. Servono misure-tampone nell’emergenza (difendersi dalla protervia trumpiana e rispondere con provvedimenti adeguati), ma serve soprattutto lo sguardo lungimirante sul futuro: ideare, realizzare, esportare insieme. Altro che prevalenza dei sovranismi, altro che occhio strizzato a Putin, altro che bisticci e ripicche fra i componenti dell’Unione. Necessitano visione alta, personalità d’eccellenza, un agile interfacciarsi fra politica ed economia. Diversificare i mercati esteri sui quali dirottare le nostre produzioni, disfarsi della dipendenza dall’americanismo quotidiano/deteriore che ci pervade ovunque, prendere coscienza della forza di quel che siamo: 450 milioni di persone, un continente all’avanguardia in molti settori, intelligenze-storie-culture straordinarie.
C’era una volta l’Europa. Ora ce ne deve essere un’altra. Capace di rimuovere egoismi, piccinerie, mediocrità. Il fenomeno Trump si esaurirà in tempi abbastanza stretti, su di lui andranno a ritorcersi gli errori colossali che sta compiendo, i primi a rivoltarglisi contro saranno gl’illusi dall’irraggiungibile golden age. C’è dunque, per noi accusati d’essere parassiti/speculatori/infìdi, l’occasione di trasformare una momentanea disfatta nella base di futuri successi. L’orgoglio europeo può compiere miracoli, se vuole. Le circostanze gliene offrono l’occasione. Così da liquidare nel modo che merita il tronfio imperialista che doveva portare pace e ricchezza universali e sta inscenando il contrario. Inscenando, certo: c’era una volta l’America, ed era un diverso spettacolo. Che non c’è più.
