Il controcanto di Matteo Salvini

lodi salvini lega
Matteo Salvini interviene al congresso della Lega di Firenze

di Massimo Lodi

Dalla Fortezza da Basso (Firenze) per puntare in alto (Roma). In alto dove, nello specifico capitolino? Salvini lo dice chiaro: al Viminale, al Viminale! Per la verità lo indicano al Palazzo e al ruolo, ministro degl’Interni, i sottopancia della Lega. Lui raccoglie l’invito, casualmente un wishful thinking (desiderio dei desideri): sono pronto. Pro patria, è disposto a questo e altro.

Il congresso del Carroccio lo reincorona secondo spartito già letto/cantato. Starà lì, in cima, fino al ’29, salvo rivoluzioni al momento inimmaginabili. E nel nome del manifesto sovranismo, del caramellato trumpismo, del carbonaro putinismo. Carbonaro, oddio. C’è un passato di palese simpatia (quella maglietta fina con scritta inequivocabile), c’è un presente di passione trattenuta eppure filtrante (lo zar mostrato, nell’happy end delle assise federali, in maxifoto con Berlusconi a Pratica di Mare 2002: chi vuol capire, non può non capire).

Comunque. Salvini comandava e Salvini comanderà. Zero successori all’orizzonte. Gli s’inchinano le presunte schiene dritte dell’astratta fronda. I governatori del Nord, il ministro dell’Economia, tizio, caio e sempronio. Nel leninismo padano si usa così: divisi a chiacchiere, uniti a decidere. E non importa se il partito di oggi (anzi movimento, specifica l’acclamato segretario) è il contrario del partito di ieri. Specialmente del partito delle origini. I delusi se ne facciano una ragione e catasù.

E se ne facciano una ragione Meloni e Tajani, FdI e Forza Italia. Il loro partner di maggioranza e governo non si fermerà a un reincarico in fondo accademico, scontato, più che altro teatrale. Insisterà davvero a reclamare il ritorno allo scranno/podio che più ama, e solo una pendenza giudiziaria -poi risoltasi a suo favore: il processo Open Arms- gli ha impedito d’ottenere due anni e mezzo fa, quando Giorgia diede avvio al mandato di legislatura. Ha perfino scomodato Musk, dicasi Musk, allo scopo di propagandare l’intento del Gran ritorno: l’amicone di The Donald ha prospettato scenari così cupi in Europa (sbarchi di torvi clandestini, sostituzione etnica, massacri terroristici) da imporre il reinsediamento nel dicastero-chiave dell’Uomo forte verniciato di tricolore. Cioè lui, il Capitano.

Una dritta/raccomandazione che l’interessato non si stancherà di caldeggiare alla premier senza badare alla delicatezza del momento internazionale, al rischio di rendere precario l’equilibrio del centrodestra, alla conseguenza che simile tensione potrebbe provocare in Europa. Europa? Guai a lei, madre d’ogni terrificante errore. Incapace di far bene il mestiere assegnatole, meritevole (ma dai) d’un colpaccio di motosega alla Milei. L’Europa perdutasi, parola di Vance apprezzata da Meloni, in disvalori che solo il salvinismo in Italia e il similsalvinismo oltreconfine (pensiamo/pensate all’Ungheria) sono in grado d’annullare sostituendoli con valori di ben differente contenuto.

Tale appare il controcanto del vicepresidente del Consiglio, poco sensibile all’osservazione d’apparire un’imbarazzante nota stonata nella musica istituzionale dettata da Chigi. Anzi, sembra prenderci gusto nel ruolo di controcorista, e va a sostegno dell’interpretazione attoriale la nomina di Roberto Vannacci a vicesegretario d’una Lega paracadutata laddove mai si sarebbe pensato che potesse esserlo. Però, attenzione a non cadere nel malinteso: una Lega -viva l’ambiguità- sempre al fianco dei militanti di casa propria e mai dei militari da spedire al fronte. Quando si dice che la confusione è Generale e che la pace tra sodali di governo si tiene nel modo che si può, chiamando il realismo à la guerre comme à la guerre.

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