di Claudio Ghisalberti
Lo chiamano “nuovo ciclismo”. Piace e ha i suoi evangelisti. Tra questi divulgatori, o predicatori, molti sono cresciuti nell’altro ciclismo, quello “vecchio” che ora, chissà se per comodo o ignoranza, ripudiano. Trombette o tromboni.
Fatto sta che uno dei dogmi di questa new age a due ruote è che per preparare bene una corsa importante non si debbano fare gare di avvicinamento. Solo allenamenti, meglio se in quota e in ritiro. Prendiamo come esempio il Giro d’Italia che inizierà venerdì 9 maggio da Durazzo, in Albania. Sulla carta, in lotta per la maglia rosa, ci saranno sei big: Roglic, Ayuso, Bernal, Carapaz, Landa e Simon Yates. Ci saranno anche Van Aert, Pedersen e Pidcock, Ciccone e Tiberi. Ma a meno di clamorose e davvero imprevedibili sorprese, i primi tre sono uomini per le vittorie di tappa, mentre i due italiani possono al più puntare a un piazzamento nei primi cinque. Bene, dei citati sei big nessuno in pratica (solo Carapaz sarà domenica al via della Liegi-Bastogne-Liegi) ha corso o correrà ad aprile. Ovvero staranno quasi quaranta giorni lontano dalle competizioni.
Lontano dalle competizioni
Roglic, sloveno 35 anni, nel 2025 ha attaccato il numero sulla schiena 12 volte (1794 km percorsi in gara). Ultima volta al Catalunya (24-30 marzo) dominato con anche un successo di tappa, nella classifica a punti e nei gpm.
Per Ayuso, spagnolo 22 anni, grande favorito del Giro, 17 giorni di corsa, 2745 km, vittoria a Laigueglia, Drome Classic, Tirreno-Adriatico (con anche una tappa) e ultima corsa il Catalunya chiuso al secondo posto con un successo parziale.
Bernal, colombiano 28 anni, 10 giorni, 1409 km, successo nei campionati nazionali crono e strada, anche lui fermo dalla corsa catalana chiusa al 7° posto.
Carapaz, ecuadoriano 31 anni, è quello che finora ha corso di più: 22 giorni e 3431 km. Domenica, come detto, sarà in gara – con pochissime possibilità di vittoria – nella Doyenne. In stagione 18° alla Tirreno e 10° al Catalunya prima dello stop.
Anche per Landa (spagnolo, 35 anni) e Simon Yates (inglese, 32) stesso identico programma. Per il primo 7° posto all Tirreno e 4° in Spagna, per il secondo 14° sulle nostre strade e 9° in Catalogna.
Il parere di Paolo Slongo
Eppure fino a pochissimi anni fa Giro del Trentino, quello che oggi è il Tour of the Alps, e Romandia erano considerati appuntamenti quasi imprescindibili per chi puntava a fare classifica al Giro. E allora cos’è cambiato nel “nuovo ciclismo”? Lo chiediamo a Paolo Slongo, attuale allenatore di Elisa Longo Borghini e in passato preparatore di Vincenzo Nibali oltre a Ivan Basso e Peter Sagan in maglia Liquigas.
“Negli ultimi anni si tende a dare maggiore importanza all’allenamento – attacca il tecnico trevigiano -. Questa teoria nasce dal fatto che in corsa sei costretto a seguire il ritmo degli avversari mentre in allenamento il corridore segue i suoi ritmi personali. Questo consente di studiare una preparazione graduale ed adeguata per crescere di condizione nel modo ottimale. Questo sistema quindi dovrebbe apportare maggiori benefici”.
Paolo ma se tu avessi ancora tra i tuoi atleti Nibali o Basso seguiresti questo nuovo metodo? Oppure seguiresti l’avvicinamento classico fatto da altura, Trentino o Romandia?
“La prima cosa è capire i corridori con cui lavori. Il loro lato psicologico è fondamentale. Ci sono atleti che è più giusto far correre, che preferiscono respirare l’aria della competizione. Altri, invece, preferiscono allenarsi. Però c’è anche chi nei lunghi ritiri salta di testa per l’esasperazione. Per questo è fondamentale sapersi adeguare ai proprio atleti”.
Però se tutti i corridori fanno lo stesso identico programma o sono macchine o sono loro che si adeguano ai programmi, alle teorie dei preparatori, e non viceversa.
“Si, in effetti ultimamente stiamo vedendo che è sempre l’atleta che si deve adeguare. Credo che oggi sia dia troppo valore ai numeri, ai dati”.
Che poi i numeri vengono fuori tutti dallo stesso software, da TrainingPeaks, mica da chissà quale genio. Inoltre, i luoghi di allenamento in altura sono pochi e sempre gli stessi per tutti: Teide, Sierra Nevada e Andorra, poi in estate anche Livigno e Isola2000. Non diventa troppo stressante allenarsi dove ci sono anche i tuoi rivali?
“Moltissimo. Nibali, quando andavamo al Teide, diceva sempre che era peggio di stare in corsa. Si è tutti nello stesso hotel, controlli cosa fanno gli altri e sei controllato. Noi in estate andavamo al Sanpellegrino, unico posto un po’ fuori dagli schemi dove trovavamo pace. Perché poi in allenamento anche l’alimentazione è come in gara. Si pesa il cibo in grammi, si mangia quello è strettamente necessario. Si prova, per esempio, se è meglio prendere 100 o 110 grammi grammi di carboidrati l’ora. Tutto è diventato maniacale. E tutti fanno le stesse cose, copiando o almeno cercando di copiare, chi vince”.
