GALLARATE – Da “Sapore di sale” di Gino Paoli, del 1963, che ricorda “Le rock de nerval”, canzone di Serge Gainsbourg uscita due anni prima, a “Samarcanda” e “Velasquez” di Roberto Vecchioni, che hanno tanti punti in comune con le precedenti “Dance dance dance” e “Cortez The Killer” di Neil Young, fino alla famosa diatriba, approdata in tribunale, di Al Bano contro Michael Jackson. Sono solo alcuni dei casi affrontati in “Il tuo plagio è come un rock”, libro in cui Aldo Pedron ha allestito un “gioco” delle somiglianze ricco di «dettagli, notizie e aneddoti di storie incredibili».
Si tratta del primo dei tre che, in uscita quest’anno, porteranno la sua firma: i prossimi saranno dedicati allo storico concerto del Live Aid del 1985 e ai migliori negozi di dischi. Venerdì 16 maggio il giornalista e critico musicale di Gallarate presenterà alle 21 la sua ultima fatica, scritta in collaborazione con Daniele Sgherri e Federico Pieri, nel cortile del Castello Visconteo di Fagnano Olona, dove per l’occasione si esibirà dal vivo la band Tia Palomba & The Lazy Folks.
Al centro i casi con protagonisti musicisti italiani
«Quest’opera ha richiesto diversi anni di ricerche e di duro lavoro. Ma ora ci siamo», ha osservato con soddisfazione Pedron. «Si basa su schede, alcune erano già state scritte da tempo e le ho riviste una a una. Il libro esce per Musica In Mostra, casa editrice di Grosseto che ha già pubblicato venticinque titoli. Per loro ho trattato solo il “materiale” italiano, evitando casi internazionali come, per esempio, la disputa in cui i Led Zeppelin sono stati scagionati dall’aver copiato gli Spirit; si parla delle situazioni in cui è stato un autore nostrano a plagiare, e anche di qualche plagio al contrario. Dalle pagine saltano fuori storie incredibili: se “nella musica tutti rubano” il Clan Celentano è tra quanti l’hanno fatto di più: “Pregherò”, del 1962, è “Stand by me” di Ben E. King. Dopo averne letto il testo, tradotto da Don Backy, Adriano subentrò alla voce – “la canto io, poi faremo altre canzoni” – a Ricky Gianco, lasciandogli “Don’t play that song!” dello stesso autore che, diventata “Tu vedrai”, non ebbe però lo stesso successo».
Cantanti spesso ignari della reale paternità del brano
Non si parla di semplici cover, cioè canzoni tradotte citando gli autori originali – è la precisazione – ma di brani ripresi, arrangiati con un testo in italiano e attribuiti esclusivamente ad artisti italiani, senza menzionare la fonte della composizione originale: «A volte somiglianze tra le melodie sono così evidenti che è stato naturale includerle». Ci sono situazioni in cui il complesso musicale, la formazione o il cantante sono finiti vittime di questo meccanismo: negli anni Sessanta tanti non erano iscritti alla Siae quindi qualcun altro depositava il proprio nome come compositore, pur garantendo che in seguito le royalty sarebbero state corrisposte al vero autore.
Inoltre, soprattutto in quell’epoca, i discografici ricevevano numerosi dischi dall’estero, spesso di gruppi sconosciuti, e chiedevano ai musicisti locali di inciderli, con i cantanti spesso ignari della reale paternità della canzone. Uno dei casi più eclatanti risale al 1967: Davide e Sara, due artisti di cui non si conosce la vera identità, incisero una versione in italiano di “Good vibrations” dei Beach Boys (1966, autori Brian Wilson e Mike Love) intitolandola “Facciamo l’amore, non la guerra”, firmata Biggero-Minerbi.
Ai lettori l’ultima ardua sentenza
Quanto alle affinità tra “Pugni chiusi” dei Ribelli, del 1967, e “When a man loves a woman” di Percy Sledge, del 1966, il pezzo fu cantato da Demetrio Stratos e firmato da Ricky Gianco perché il batterista Gianni Dall’Aglio non era iscritto alla Siae: «In questi casi, anche qualora si vincesse dopo aver fatto causa, viene aggiunto il tuo nome ma non vengono tolti gli altri. Insomma, la sentenza non ha comunque effetto retroattivo e i guadagni dati dalle royalty sono vicini allo zero».
Gli aneddoti superano di gran lunga l’immaginazione: «“Cinque minuti e poi”, di Maurizio Arcieri dei New Dada, somiglia a “Who’s gonna break your heart” di Roye Lee, che ha lavorò con Elvis Presley e fece il militare a Verona. Lui non cantava ma diede vita a tante band insieme a italiani, finendo a vivere come senzatetto in via Torino a Milano per poi essere salvato dalla Croce Rossa. All’incontro con Arcieri gli aveva dato i diritti della canzone ma non vide mai dei soldi».
Ai lettori l’ultima ardua sentenza, recita la sinossi del libro. Nessuno viene risparmiato, ci sono tutti: tra i nomi Fabrizio De André, Nomadi, Lucio Battisti, Edoardo Bennato, Fausto Leali, Patty Pravo, Raffaella Carrà, Pino Daniele, Bisonti ed Equipe 84.
