di Claudio Ghisalberti
AIT BEN SAID (Marocco) – Il deserto, si sa, può riservare sempre sorprese. Ma che una tappa di ciclismo venga modificata per la pioggia e le condizioni meteo avverse, è una situazione davvero al limite dell’incredibile. Ma ieri sera a Merzouga, guardando il cielo all’orizzonte verso ovest, ovvero verso il traguardo odierno, qualche preoccupazione veniva. I fulmini, in serie, illuminavano il buio e portavano inquietudine. Egoisticamente il pensiero andava più che ai corridori a stanotte. Una notte da passare non in una camera di hotel, ma in una haima, una tende berbera fatta di teli e tappeti. Non il massimo nel diluvio.
Fabian Santana, espertissimo di queste zone e nostra guida, scuoteva la testa. “Ci sarà un mare di fango. Un casino. Anche qui davanti quest’inverno non c’era terra come oggi, ma un fiume. In alcuni punti il deserto era di un verde così bello che sembrava un campo di calcio”, diceva con sguardo serio. Così stamattina, quando mancavano pochissimi minuti alle 8, quindi al via della tappa, il direttore della corsa è salito sul tetto del fuoristrada per annunciare il cambio. Dal km 48 la pista sarebbe stata, per un lungo tratto, impraticabile. Avanti quindi con il piano B: tratto di trasferimento su asfalto di 70 km, fino al bivacco della quarta tappa, e da lì il via per una frazione accorciata da 122 a 68 km. Nervosismo latente e nonostante la velocità controllata una lunga serie di cadute nel trasferimento. C’era da scommetterci. Tra i tanti va giù, senza conseguenze, anche il perugino Iuri Coduri. Nel frattempo le nubi hanno salutato, il sole s’è ripreso il deserto e il calore comincia a farsi sentire, basta vedere come i biker si sono buttati sulle bottiglie d’acqua prima del via effettivo.
Partenza “a tutta” e subito l’ex pro spagnolo Luis Angel Matè in evidenza e con una grande voglia di rivincita dopo le tre forature nella prima tappa che lo hanno allontanato dai primi posti della generale. Interessante questo ragazzo di Marbella che qui ha voglia di divertirsi ma ambisce anche a vincere. “Sono al debutto ma ho aspettative molto alte. Comunque andrà sono contento di essere qui perché questo è un ciclismo diverso, più vero. Il mondo professionistico su strada ha allontanato il ciclismo dalle origini, dalla gente. Il ciclismo vero invece è uno sport di strada, di paese. Ero stufo di solo numeri, di watt e quanto altro. Che se poi conosci il ciclismo pro, se sai la potenza di ogni corridore, ormai puoi fare le classifiche prima di correre. Sì, sono anche stufo di vedere come corre Pogacar e come vince. Non mi interessava più quel mondo dove non esiste più l’uomo, dove i contatti umani sono vietati. Il ciclismo ha una componente sociale che nel mondo dei pro è andata distrutta”.
Nel testa a testa finale, però, Matè si è dovuto arrendere a Noel Martin, 35enne spagnolo di Avila che nel cassetto ha un sogno: “Tornare l’anno prossimo e fare la corsa in coppia con mia mamma, Teresa”. E siccome qui le sorprese non finiscono mai eccone un’altra: “No, non è stata lei a mettermi in bici. Al contrario sono stato io portare lei al ciclismo. Vado in bici da sempre. Ho corso su strada, in pista, con il tandem con cui sono stato due volte campione del mondo e ho fatto l’Olimpiade di Rio e quella di Tokyo dove ho preso il bronzo. Mia mamma giocava a calcio e aveva sempre problemi al ginocchio così a 40 anni passati l’ho fatta appassionare al ciclismo”. Basta? Ma no. Così Martin svela anche di essere l’allenatore del “pollero” Fran Herrero, vincitore della prima tappa e che oggi con il quinto posto conserva la maglia rossa di leader.
In gara c’è anche Indurain, Prudencio il fratello del grande Miguel. “E’ la mia seconda Titan, la prima lo scorso anno. Non so come farò le prossime tappe, sono già finito”.
Tra le donne prosegue il dominio della madrilena Pili Fernandez, che amplia il suo vantaggio sulla britannica Fisher. La prima concentratissima e “cattiva” prima del via, la seconda con sbadigli che mostrano le tonsille. Bah. Fatto sta che alle loro spalle oggi spunta la bolzanina Cristina Nardin. Lei più che essere felice è molto contrariata per il volo fatto sulla sabbia. “Meno male che la bici non si fatta niente, ma se non fossi caduta quell’inglese lì non mi sarebbe scappata”, afferma. Stravagante la ragazza che prima del via si beve la spremuta di arancia e nel suo set di manutenzione da portare in gara non ha neanche una camera d’aria. Del resto le strade qui sono lisce come un a preziosa seta. “Ma no è che me le sono dimenticate, come anche altre cose. Ho solo la pompa”. Auguri.
Domani è in programma la terza frazione, l’unica di pura montagna, di questa corsa, la Ait Ben Said-Tazlarte. Sono 90 km e 1.328 metri di dislivello. Ma attenzione perché a circa metà tappa è prevista la Skoda Challenge, una salita cronometrata di 7,5 km con in palio 60 secondi di abbuono al miglior tempo maschile e femminile. Visto l’equilibrio tra i maschi potrebbero essere secondi molto preziosi. Luisle Sanchez sembra pedalare senza fatica.
ARRIVO
Uomini: 1. Noel Martin (Spa) in 2.11’13”, media 31,12 km/h; 2. Matè (Spa); 3. Amador (Crc) a 1’18”; 4. Sanchez (Spa); 5. Herrero (Spa).
Donne: 1. Pilar Fernandez (Spa) in 2.25’10”, media 28,10 km/h; 2. Fisher (Gb) a 5’23”; 3. Nardin (Ita) a 14’07”.
