Piazze, urne e grande occasione

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di Massimo Lodi

Sono giorni di mobilitazione popolare. Ed è un bene. In piazza (1) contro la guerra, le sue crudeli derive, il calpestìo d’ogni principio etico. Alle urne (2) per esercitare via referendum la sovranità che ci spetta. Quella popolare vera, altro che il sovranismo un tanto a slogan. Due opzioni facoltative, la prima concessa dalla sensibilità di ciascuno; la seconda sancita dalla legge elettorale. E dunque chi vuole va in piazza, chi vuole va alle urne. Avviso garbato: l’occasione è importante, non facilmente ripetibile in un tale abbinamento. L’eventuale successo d’adesioni a piazza/urne rappresenterebbe una riconquista di valore politico da parte di coloro che la politica l’innervano, cioè i cittadini. Noi tutti.

Spesso, in particolare negli ultimi anni, siamo stati delusi dai delegati nelle assemblee istituzionali. Talvolta han fatto del consenso ricevuto un uso distorto rispetto agl’impegni presi e dimostrato più attenzione a sterili argomenti mediatici/a speculazioni di bassa propaganda che alle emergenze sociali. Càpita ora l’occasione di far sentire direttamente la nostra voce. Non solo a proposito dei temi per i quali si potrà andare in piazza e recarsi alle urne. Ma a proposito d’un generale interesse, che ci vien rimproverato d’essere scarso, a questioni cruciali della vita comunitaria, e a princìpi morali di valenza planetaria. Come se c’importasse un fico delle violazioni del diritto internazionale, delle orribili mattanze, della protervia degli autocrati; e del deficit di lungimiranza patria circa la regolazione del fenomeno immigratorio, la cronica precarietà del lavoro, le misure di sicurezza ancora insufficienti, l’emarginazione economica dei fragili eccetera.

La piazza e le urne offrono l’opportunità di dimostrare in concreto che gl’italiani, comunque la pensi ciascuno di loro, non è gente succube dell’ignavia. Solo attenta a non scalfire il proprio egoismo. E affatto disposta a spendersi in favore d’una modernità realistica, efficiente, proiettata verso il futuro delle nuove generazioni anziché al servizio delle momentanee convenienze di partito.

Gl’italiani possono fare di questo passaggio epocale -sulla guerra, sui diritti- l’innesco d’un cambio d’atteggiamento/di visione del Paese. Meno rinchiuso in sé stesso, più aperto verso i tanti sé stessi che comprende. Così sollecitando il governo (il Parlamento) di oggi e i governi (i Parlamenti) di domani a maggiore responsabilità. Ne va della saldezza d’una democrazia materiale dalle evidenti crepe, sanabili iniziando a privilegiare il partecipare all’astenersi. Dati i tempi e visti i grand’attori, sarebbe un sorso di giacobinismo dolce che stempererebbe l’amaro della fegatosa quotidianità.

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