Iran-Usa: una storia già scritta

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L'ayatollah khamenei e Donald Trump

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, quando si parla del presidente Trump trovo ottimi amici che esprimono seri dubbi, molte riserve, aperte polemiche, aspre critiche non solo sulle sue disinvolte e teatrali dichiarazioni (facile, facile) ma anche sulla sua posizione politica non semplice da interpretare. Nonostante ciò, sono convinto che, al di là dell’approccio mercantile, il “nostro” mostri un’indubbia regia e persegua dei fini precisi che hanno radici lontane.

Poco tempo fa nessuno avrebbe scommesso che Trump sarebbe intervenuto con grande determinazione nella guerra Iran – Israele. A questo proposito posso ricordare facilmente la responsabilità degli USA e dell’Occidente circa la rivoluzione islamica del 1979 che ha portato alla caduta della monarchia dello scià Reza Pahlavi e all’instaurazione della Repubblica Islamica, guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Questa rivoluzione ha segnato una svolta radicale nella storia dell’Iran, trasformando il paese da una monarchia filo-occidentale in uno stato teocratico basato sulla sharia.

Anche se i rapporti con l’Iran sono forse il maggior pasticcio della politica estera americana, se si considera che le tensioni vanno avanti con momenti diversi di intensità da 45 anni, si può ancora intravedere un filo conduttore. Ricordo che nel 1979, mentre Khomeini affermava di voler “esportare” la sua rivoluzione nei paesi vicini, un gruppo di studenti iraniani radicali prendeva in ostaggio 52 americani nell’ambasciata statunitense a Teheran, chiedendo agli Stati Uniti di estradare lo scià. L’Operazione Eagle Claw, un tentativo di salvataggio militare, fallì miseramente nell’aprile del 1980 in un disastro a causa di problemi tecnici, errori di pianificazione e una serie di incidenti causando la perdita di vite umane e ulteriori frustrazioni. L’eco della disfatta statunitense fu enorme e inevitabilmente ne fu attribuita la responsabilità al presidente Carter. Gli ostaggi furono infine rilasciati il 20 gennaio 1981, subito dopo l’insediamento di Ronald Reagan come nuovo presidente degli Stati Uniti. La vicenda contribuì alla sconfitta del presidente Jimmy Carter alle elezioni presidenziali del 1980 vinte appunto da Reagan.

Da allora i rapporti fra i due Stati hanno avuto momenti diversi di tensione ma l’affermazione del regime teocratico iraniano di voler combattere e annientare i due “satana”, quello americano e quello israeliano, non ha certamente contribuito ai tentativi di migliorarli. Nel 2015 naufragava l’accordo sul nucleare voluto da Obama mentre l’Iran continuava ad armare gli Houthi a Sana’a, a sostenere Hezbollah in Libano ed a finanziare Hamas a Gaza. Il primo Trump stracciò l’accordo in modo un po’ brutale e senza tanti riguardi, secondo il suo temperamento, annunciando una campagna di sanzioni per esercitare la “massima pressione” sull’Iran. Biden cercò di rimediare senza molta convinzione e senza successo anche perché nel frattempo le elezioni in Iran avevano premiato le forze più conservatrici. L’attacco aereo americano del 26 febbraio 2021, avvenuto nei pressi del valico di frontiera Al Qaem, con decine di miliziani filoiraniani uccisi mise fine alla speranza di una qualche intesa. Lo slippery slope (il piano inclinato) dei rapporti con gli Stati Uniti era sempre più difficile e gli ayatollah avevano già perso terreno nei rapporti con gli altri stati arabi del Medioriente.

Con la guerra in Ucraina, la Russia storica alleata dell’Iran, divenne un alleato che chiedeva più aiuti di quanto non potesse fornirne. Il rovesciamento di Assad in Siria chiuse il legame geopolitico intorno all’Iran mentre gli USA con gli accordi di Abramo rafforzavano il cordone di intesa con alcuni paesi arabi ai confini di Israele. Netanyahu, dopo il massacro del 7 ottobre, intervenne pesantemente con mano militare colpendo Hamas, Hezbollah ed anche gli Houty anche per ridisegnare gli equilibri regionali. Come potete constatare, l’inevitabile corrosione del regime iraniano viene da lontano ed oggi appare pesantemente compromesso.

Il 3 gennaio 2020 un drone statunitense bombardò l’aeroporto di Baghdad, uccidendo Qassem Soleimani, capo delle forze d’élite Al Quds dei Guardiani della rivoluzione iraniana. Allora Trump era forse convinto che la morte di uno dei più importanti leader iraniani insieme a sanzioni economiche sempre più severe avrebbe messo in ginocchio l’Iran e costretto gli ayatollah a negoziare un nuovo accordo sul programma nucleare che avrebbe sostituito quello firmato da Barack Obama. Non fu così ma ormai la strada era indicata.

Quando l’AIEA ha informato che la percentuale dell’arricchimento dell’uranio aveva raggiunto livelli allarmanti, coerente soltanto con un intento militare, Israele non poteva non intervenire per la sua sicurezza e Washington non poteva non aiutare il paese amico, non solo per gli antichi rapporti iniziati nel 1967, ma anche per riaffermare la deterrenza americana in uno scacchiere decisamente fondamentale nella politica estera degli USA e per sottolineare una potenza militare che nel tempo è apparsa un po’ offuscata. Era stata danneggiata dal ritiro disastroso dall’Afghanistan nell’agosto 2021 peraltro deciso e dichiarato al mondo da Obama, disimpegno che probabilmente ruppe gli indugi di Putin sull’invasione ucraina sei mesi dopo.

Alla fine la politica estera americana è legata ad una dottrina sviluppata in decenni di “doveri imperiali” che impegnano i presidenti con finalità comuni anche se evidentemente con modelli a volte molto diversi. I tempi sono corsi incontro e Trump che ha colto l’occasione per assestare un duro colpo ad un paese “ostile” e anche per dimostrare che gli Stati Uniti non sono più quelli del vergognoso abbandono di Kabul.

Qualche anno fa Karim Sadjadpour, esperto di questioni iraniane, ha scritto sul New York Times: “La guida suprema Ali Khamenei sa che l’apertura del paese al resto del mondo potrebbe portare una concorrenza che minerebbe il sistema di spartizione delle risorse e del potere da parte delle élite economiche e militari”. La normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti e con Israele potrebbe rivelarsi quindi profondamente destabilizzante per un governo teocratico il cui principio organizzativo si basa sulla lotta all’imperialismo americano e allo stato ebraico.

Cari amici vicini e lontani, talvolta il mondo ci sorprende ma, a vederlo da vicino, si può convenire che a volte la storia è già scritta.

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