La Nato e l’illusione pacifista

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, in questa epoca tribolata si manifestano le più diverse posizioni in tema di alleanze, strategie, coalizioni ed anche “amicizie” politiche e militari. Anche l’alleanza atlantica è stata più volte messa in discussione al punto che il presidente Macron il 7 novembre 2019 disse nell’intervista a The Economist che la NATO era un peso morto, un organismo “in stato di morte cerebrale.” Mi pare opportuno ricordare le fasi storiche ed i fondamenti che hanno portato alla nascita di questa organizzazione.

Non ci rammentiamo mai abbastanza che l’intervento americano nella Seconda guerra mondiale costò la vita di 400.000 uomini circa e solo per lo sbarco in Normandia morirono 29.000 giovani. Una generazione di americani pagò un prezzo altissimo per un conflitto europeo che in fondo non minacciava direttamente l’America. L’unico attacco che avevano subito era a Pearl Harbor nel Pacifico ad opera del Giappone. Sotto la protezione americana (ma oggi non è fine dirlo) vi fu il piano Marshall per la ricostruzione e si affermarono le libertà politiche, i diritti civili e la ricomposizione dell’apparato politico della democrazia italiana. Dall’altra parte dell’Europa, ad est, l’esercito sovietico impose oscure dittature comuniste soffocando qualsiasi segnale di dissenso o di opposizione con decisione e pesanti attività militari. Si realizzò di fatto il confine fra democrazia e dispotismo che prese il nome di “cortina di ferro”; nome peraltro giustificato dalla realtà: chi lo superava senza un “permesso speciale” veniva ucciso.

Qualcuno ha forse dimenticato la rivolta di Budapest nel 1956 che durò dal 10 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Imre Nagy, il nuovo premier voleva riconoscere quanto richiesto dai manifestanti come il ritiro delle truppe sovietiche e la democratizzazione della vita politica. La notte del 4 novembre l’Armata Rossa entrò in forze in Ungheria e pose fine alla rivolta. Nagy fu processato e poi impiccato. Morirono 2.700 ungheresi e vi furono alcune migliaia di feriti. Il partito comunista italiano si schierò con gli “invasori” e Napolitano disse che i carri armati sovietici avevano salvato la pace nel mondo. Molto tempo dopo si pentì di quelle parole. Uguale sorte toccò alla Cecoslovacchia nel ’67-‘68 con quel tentativo riformatore portato avanti da Alexander Dubcek che passò alla storia come “la primavera di Praga”. Quella stagione di riforme ebbe bruscamente termine nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, quando una forza stimata intorno ai 500.000 uomini con circa 5.000 veicoli corazzati invase il paese. Vi furono centinaia di vittime e feriti e ricordo che lo studente ceco Jan Palach si diede fuoco in segno di protesta nel gennaio 1969, morendo dopo alcuni giorni di agonia. Luigi Longo ed Enrico Berlinguer si dissero fortemente amareggiati dall’invasione e decisi nella condanna dell’intervento.

Rampini in suo recente libro ricorda una parola che ho letto più volte sui giornali degli anni ’80 ed ho sentito pronunciare spesso da mio padre quando parlavamo di politica (in realtà io per lo più ascoltavo): “finlandizzazione”. Stalin, dopo essersi spartito la Polonia in seguito al patto Molotov – Ribbentrop che di fatto diede il via alla Seconda guerra mondiale, cercò di conquistare la Finlandia. Non ci riuscì per l’eroica resistenza del popolo finlandese e rinunciò ma, dopo la fine delle ostilità, proprio la Finlandia decise di assumere un ruolo dichiaratamente neutrale per non ridestare la fame dell’orso russo. Mantenne questa posizione con molta decisone tanto che divenne un riferimento politico in molte discussioni e dibattiti. Il termine venne più volte usato per indicare quei paesi che, pur volendo essere vicini all’Occidente, si dichiaravano neutrali proprio a causa dell’ombra minacciosa di Mosca.

L’Urss tentò più volte di mettere in dubbio la volontà degli Stati Uniti di intervenire militarmente nel caso di una forte pressione sovietica. Per esempio nel 1977 installò i missili SS-20 con testate nucleari puntati verso la Germania Ovest ed altri paesi europei per forzare la posizione americana. Il cancelliere tedesco Schmidt e il presidente francese Giscard d’Estaing chiesero all’America ed al democratico Jimmy Carter l’installazione di euromissili non solo per rispondere alla provocazione sovietica ma anche per confermare la solidità dell’alleanza atlantica. Cosa che avvenne e grazie all’impegno di uomini come Schmidt e d’Estaing non siamo morti nell’olocausto nucleare né siamo diventati colonie di Mosca.

Nell’attualità è arrivata l’invasione russa dell’Ucraina e proprio la Finlandia, dopo un lungo e delicato processo di avvicinamento all’Occidente durato anni, ha deciso rapidamente di entrare a far parte della NATO ed ha adeguato la spesa militare fino a raggiungere il famoso 2% del Pil sul quale tanto aveva insistito Barak Obama ai suoi tempi senza un grande risultato. Già perché intorno al passaggio del millennio, l’Europa aveva manifestato un grande orientamento pacifista, tranquilla all’ombra dell’ombrello americano come se le tensioni geopolitiche che si stavano arroventando all’orizzonte non la riguardassero minimamente. E questo modello disarmato ha resistito alla guerra in Georgia del 2008 e all’annessione della Crimea nel 2014. Il risveglio sembra aver portato più stordimento che chiarezza. Ancora oggi la minaccia russa non sembra aver ridestato l’opinione pubblica dall’illusione pacifista.

Rampini scrive: “Tre generazione di europei devono molto alla NATO: il privilegio di aver vissuto in un’area del mondo risparmiata dalle guerre, beneficiata da una prosperità e da un progresso inauditi. Siamo stati fortunati a nascere “atlantici”” Un altro argomento mi pare rilevante. Dai tempi di Cristoforo Colombo l’Europa ha iniziato a costruire una “comunità” atlantica alla quale hanno ovviamente contribuito le rivoluzioni americana e francese e quella industriale inglese, l’intervento americano nella Seconda guerra mondiale e il piano Marshall. La storia avrà pure un suo importante peso politico?

Cari amici vicini e lontani, sono fortemente convinto che noi europei per settantacinque anni abbiamo vissuto nella pace, nella sicurezza, con un elevato livello di libertà, sostenendo l’epoca dei diritti anche perché abbiamo goduto della protezione dell’Alleanza Atlantica. Ora mentre l’Europa decide il suo futuro discutendo sulla richiesta americana di adeguare la spesa militare fino al 5% del Pil e su una futuribile “comune difesa europea”, i governanti europei sembrano giocare a rimpiattino con la realtà geopolitica che vede molte ombre minacciose all’orizzonte particolarmente a est, fiduciosi dell’ombrello NATO. Ma in futuro potremo ancora dirci “atlantici”? Spero con tutto il cuore di sì.

pellerin nato pacifisti – MALPENSA24

 

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