Siamo davvero vittima del bullismo di Donald Trump? Gran parte dei commenti all’indomani dell’accordo sui dazi prefigurano un’Unione Europea e, per quanto ci riguarda più direttamente, un’Italia alla mercè dei desiderata, meglio, delle ubbie economiche e geopolitiche del presidente degli Stati Uniti d’America. Al di là delle aspre prese di posizione dei leader internazionali (Macron, Merz, eccetera) i malumori sono trasversali tra i partiti tricolori. E anche chi prova a minimizzare, fatica a nascondere le preoccupazioni per il futuro produttivo, occupazionale e, appunto, economico dei Paesi dell’Ue.
Basta ascoltare i tg e leggere i giornali per avere contezza dello scontento generale. Certo, come sostiene Giorgia Meloni, meglio così che una guerra commerciale dagli sviluppi imprevedibili. E poi, non è detto che le cose stiano come raccontato nell’immediato del faccia a faccia in Scozia tra Trump e Von der Leyen. Anzi, secondo le ultime notizie potrebbe essere che l’intesa traballi, che non ci sarebbe nulla di vincolante, che, insomma, ci sia poco o tanto da rivedere.
Resta il fatto che, per l’Europa, il momento non è esaltante. Ferruccio De Bortoli, prestigiosa firma del Corriere della Sera, scrive che il 27 luglio, giorno dell’accordo, è un giorno di cui vergognarsi: “Perché rimanere in un’Unione che si fa trattare così, che conta, alla fine, meno del Regno Unito che ha patteggiato dazi al 10 per cento?”. Massimo Gramellini, nel suo Caffè, sempre sul Corrierone, paragona quanto è andato e va in scena tra Europa e Stati Uniti alla sceneggiatura di un film di Fantozzi. Chiama la Von der Leyen, Ursula Vien dal Mare, come la mitica contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. Dileggia Mark Rutte avvertendo che ha trasformato la poltrona di segretario della Nato nel puff di Fracchia, “con Trump nel burbero capoufficio”. Per sbeffeggiare il vertice dell’Unione ricorda Cavour e Bismark, poi De Gasperi, Schumann, Adenauer. E incalza: “Siamo pur sempre il continente che nell’ultimo mezzo secolo ha espresso Kohl, Mitterrand, la stessa Merkel”.
Gramellini non lo scrive, ma viene spontaneo chiedersi cosa sarebbe successo con qualcuno di questi incontestabili statisti e Donald Trump. Già, come sarebbero andate le cose rispetto ai dazi? Anche se è vero che la storia non si fa con i se e con i ma, c’è da domandarsi come si sarebbe comportato Bettino Craxi, uno che ai “macisti” statunitensi oppose un secco no. Sigonella, ricordate? Correva l’anno 1985, sulla pista della base militare siciliana era fermo un aereo con i dirottatori dell’Achille Lauro. Washington ne pretendeva la consegna, Craxi la negò, mandando a quel paese (eufemismo) e su tutte le furie Ronald Reagan, un presidente americano con gli attributi, molto, ma molto più autorevole del suo attuale, discusso e discutibile successore.
Altri tempi o soltanto altre tempre? Noi la buttiamo lì per sottolineare che, cambiate le circostanze, sono di sicuro cambiati anche i protagonisti della scena internazionale, a ogni livello. Oggi subiamo i dazi e lo strapotere di un presidente che da un campo da golf gestisce le sorti economiche di mezzo mondo. Certo, Kohl, Mitterand, Merkel e, lasciatecelo dire tenendo fuori dal nostro discorso la matrice politica, Bettino Craxi. Mai si sarebbe disposto davanti a Trump come un pavido ragionier Giandomenico Fracchia qualsiasi, sussurrando: “Com’è umano, lei!”.
