Dovremmo prestare maggiore attenzione ai maneggi cominciati da tempo per le elezioni regionali d’autunno. All’incirca 17 milioni di cittadini chiamati alle urne nelle Marche, in Calabria, Toscana, Campania, Veneto e Puglia sulla base di un calendario frammentato, da settembre alla fine di novembre. I partiti non hanno trovato l’accordo per accorpare il voto in una sola data, dando così vita a uno “spezzatino” elettorale che finirà per provocare ulteriore confusione e, manco a dirlo, disinteresse dei cittadini rispetto alla campagna elettorale permanente.
I problemi irrisolti sono molteplici al netto della posta in gioco politica: il successo di uno schieramento sull’altro provocherà inevitabili conseguenze, checché ne dicano i singoli leader, sull’azione e sulla coesione del governo centrale. Se è vero che le Regionali riguardano i territori, è scontato che i risultati non possono passare come acqua sul marmo dalle parti di Roma. Tanto più che sono interessate Regioni di peso, tutt’altro che secondarie nella struttura geopolitica del Paese. A maggior ragione, alla luce delle tensioni interne sia del centrodestra sia del centrosinistra per la scelta dei candidati, che lo stop al terzo mandato, ha di fatto accresciute.
Basti ricordare il braccio di ferro per il “recupero” elettorale di Luca Zaia, il ‘doge’ costretto al passo indietro nonostante il vasto consenso personale. Zaia prepara una sua lista destinata, secondo i sondaggi, a fare il pieno di voti drenandoli alla Lega e agli altri partiti della coalizione, con le scontate conseguenze che ne deriverebbero per gli equilibri dello schieramento.
Tensioni, dicevamo, che si fanno sentire in Campania e in Puglia. Due i nomi al centro del confronto, questa volta dentro il Pd: Vincenzo De Luca, nel primo caso, Michele Emiliano, nel secondo. Presidenti uscenti che, come Zaia, non hanno più la possibilità di ripresentarsi per la terza volta consecutiva (per Zaia sarebbe la quarta!), ma che non intendono mollare il campo. Anzi, pretendono di contare ancora e comunque, mettendo così in difficoltà le loro componenti di riferimento. Una bella grana, che alla fine dovrà essere risolta, che sarà risolta con i soliti compromessi all’italiana, che, non accontentando nessuno, accontenteranno tutti. E che terranno “in campo” anche chi, concluso il mandato, dovrebbe lasciare la scena politica o, comunque, farsi da parte senza mugugnare più del lecito.
Le Regioni sono però diventate presidi di concentrazione del potere politico come mai era accaduto in passato: un governatore vale molto più di un ministro. Constatazione che è anche una spiegazione di come sia difficile per gli “uscenti” adattarsi ai necessari avvicendamenti. E, se mai dovessero compiere, come si dice, il classico passo di lato, chiedono che il partito a cui appartengono trovi loro una sistemazione alternativa a loro gradita e gratificante. Il caso di Michele Emiliano è emblematico. La risposta, seppure indiretta, corre su Facebook: la firma in un post Giuseppe Adamoli, un veterano varesino della politica di centrosinistra, una persona perbene, che scrive: “… Il posto se lo trovi lui. E questo è vero per i tanti Emiliano in giro per l’Italia. Altrimenti parlare di ‘spirito di servizio’ è una barzelletta che irrita e offende chi non vive la politica”. Una grande verità, ma nel nostro Paese ci sono verità che rendono tutti sordi.
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