di Andrea Minchella
Visto
WARFARE- TEMPO DI GUERRA, di Ray Mendoza e Alex Garland (Regno Unito- Stati Uniti 2025, 95 min.).
Tempo. Il tempo come elemento che scandisce la vita. Il tempo come memoria degli eventi. Il tempo che viene cristallizzato nella sequenza d’apertura. Un basso ossessivo che squarcia la sala e che disorienta il pubblico.
Le prime immagini di “Warfare” sono chiaramente di un video clip stile anni ottanta in cui bellissime ragazze, a mo’ di Jane Fonda ginnasta, mostrano le loro forme a degli allievi impacciati e sudati. È il video clip del successo mondiale dance “Call On Me” del dj Eric Prydz in cui un coro quasi litanico intona il titolo della hit accompagnato da una cassa assordante e ritmata. Ecco che l’inquadratura si allarga e ci mostra un gruppo di militari, esagitati e incontenibili, che fissano il televisore in cui stanno passando le immagini del video clip. Adesso ci siamo. Quel gruppo di soldati si sta preparando ad una delle tante missioni pericolose portate avanti in una terra ignota dentro una guerra, con il senno di poi, inutile e mossa sulla base di false motivazioni. Siamo in Iraq, nel 2006, nella guerra che Dick Cheney, l’uomo forte dietro George W. Bush, decide di fare a Saddam Hussein come offensiva dopo l’attacco delle Torri Gemelle.
I ragazzi, con le loro pesanti e ingombranti mimetiche, si caricano a vicenda sulle note e sulle immagini di un video che li riporta in una dimensione di felicità e di abbondanza. Subito dopo tutto il fracasso viene violentemente interrotto da un’inquadratura fissa e scura di una delle tante strade di qualche città irachena in cui si svolgerà tutta la vicenda. Il tempo si ferma. Nelle orecchie risuona ancora il rimbombo della sequenza d’apertura. il respiro, quasi, si ferma. Adesso entriamo in una dimensione in cui tutto è sospeso. E solo il rumore dei colpi sparati o dei missili lanciati potranno dare la conferma a tutti i protagonisti di essere ancora vivi.
Un gruppo di Navy Seals si impadronisce di una casa di civili per appostarsi come supporto tattico in uno scenario di rivolta urbana. Quella che può sembrare una missione di “routine” si trasformerà presto in uno scontro violento e complicato tra pochi soldati, seppure preparati ed equipaggiati, ed un numero impreciso ma elevato di ribelli pronti a qualsiasi cosa pur di cacciare il nemico. L’errore che gli Stati Uniti spesso compiono nelle loro guerre qui viene perfettamente stigmatizzato grazie ad una regia fluida e priva di qualsiasi eccesso drammaturgico o stilistico. Come in altre guerre, anche qui assistiamo ad un conflitto tra soldati venuti da lontano che combattono per ragioni spesso ignote, ed un popolo che è disposto anche a morire pur di liberare la propria terra da un esercito nemico giunto dall’altra parte del mondo. Stranieri contro indigeni. E per quanto gli americani siano più addestrati ed equipaggiati, non riusciranno mai a colmare il vantaggio di una popolazione stremata ma legata indissolubilmente alla sua terra e disposta ad uccidere con ogni mezzo se la posta in gioco è la libertà.
I due registi riducono la loro opera ad una sorta di “reportage” essenziale in cui ciò che viene filmato è ciò che realmente è accaduto. Quello che vediamo sullo schermo è il frutto di racconti e ricordi dei protagonisti della missione. La pellicola è scarna e trasforma la visione in una sorta di esperienza multi sensoriale in cui lo spettatore si ritrova catapultato tra quelle mura diroccate insieme ai soldati americani. È come se fossimo parte di quella squadra che in un istante si ritrova coinvolta in un conflitto da cui non si sa se e quando se ne uscirà. La polvere e le macerie ci cadono addosso come se si staccassero dai muri del cinema. La finzione delle battute alla “John Wayne” viene spazzata via da una sceneggiatura che sembra un rapporto militare di ciò che davvero è successo. Gli attori poco noti, ma tutti bravissimi, rafforzano il senso di realtà che i due registi hanno cercato di instillare nella loro opera sin dalla prima scena. Un film crudo e spietato perché racconta qualcosa di crudo e spietato. Realistico, coerente e sincero.
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Rivisto
THE HURT LOCKER, di Kathryn Bigelow (Stati Uniti 2008, 130 min.)
La brava regista mette in scena una vicenda inserita nella folle guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq del 2006 seguendo una squadra di artificieri tra le strade e i pericoli di una città apparentemente fantasma. Le vite dei militari si mischiano con le loro paure, i loro errori e la loro quasi totale incapacità di, una volta tornati in patria, reinserirsi in una vita civile e normale. Un capolavoro che analizza i drammi della guerra come incancellabili e irreversibili.
