PONTIDA – È stato sdoganato. Strappa applausi, ma non infiamma. Cita Berchet e Manzoni, ammicca più volte cercando l’ipnotica sintonia con i leghisti, ma il popolo di Pontida, quando viene invitato a gridare insieme a lui “Remigrazione, re-mi-gra-zio-ne”. Non lo segue. Lo ascolta, ma non si fida fino in fondo. Diffida.
Il generale scalda, ma non esalta
Inutile girarci intorno: per i leghisi quella di quest’anno è stata la Pontida della Libertà, per il resto del mondo è stata l’esordio del generale Roberto Vannacci sul sacro pratone con i gradi del vicesegretario. Ha tenuto il palco. Anzi, a differenza di chi l’ha preceduto, l’ha occupato fisicamente (verrebbe da dire “militarmente” trasformandolo nel suo spazio vitale). Vannacci non si è accomodato dietro al pulpito dei discorsi. Ha chiesto il gelato e, in continuo movimento, ha parlato sempre sul filo del palco quasi a voler toccare i leghisti. I quali hanno applaudito, ma non con costanza e non con lo stesso entusiasmo che hanno riservato a Luca Zaia (forse il più applaudito), a Giancarlo Giorgetti, a Silvia Sardone.
San Matteo
Un leghista varesino, di fronte al dilemma “leghista o vannacciano”, risponde: «Oggi (21 settembre) è san Matteo». E Matteo Salvini, il capitano, parla per ultimo e prima di attaccare con il discorso chiede che «tutto il popolo di Pontida riservi un pensiero a Charlie Kirk». Nel corso dell’intervento cita Umberto Bossi, Roberto Maroni, Giancarlo Gentilini. Ricorda che «Giancarlo Giorgetti è stato definito il miglior ministro. Ed è un prodotto della Lega di cui dobbiamo essere orgogliosi». Un discorso senza “impennate”. Salvini ha toccato tutti i temi che di giorno in giorno racconta.
Re-mi-gra-zio-ne
Un martello biondo. Silvia Sardone parte e arriva a 100 all’ora. La pasionaria leghista della remigrazione salta a piè pari tutti i temi della tradizione leghista, tranne uno: l’immigrazione clandestina. E punta fin dall’inizio il modello della società islamica, «che la sinistra ci vuole imporre» e lo martella a suon di slogan fino ad aprire la breccia nel popolo leghista il cui entusiasmo cresce. Ed è lei, europarlamentare e vice segreteria federale, a sdoganare il termine remigrazione a Pontida. È lei a fissare i comandamenti del leghismo sovranista: «Non vogliamo moschee clandestine, non vogliamo vedere minareti nelle nosre città, non vogliamo manifestazioni islamiche. Non ci faremo imporre le idee da quattro “mao mao” con la barba lunga, non voglio che le donne di Pontida vengano sostituite da chi va in giro con un sacco della spazzatura addosso».
Tante Leghe una Lega
«Se non ci fosse questa cosa qui – dice un leghista mostrando il pratone pieno di leghisti – non ci sarebbero quelle persone là – e indica chi sta parlando sul palco. Ma se chi va sul palco non ci fosse, questa gente continuerebbe a esistere, credere e combattere». È forse questa la frase che meglio riassume Pontida e, pochi o tanti che sono i militanti fedeli al rito del pratone – il raduno leghista ha la magia di unire. Chi viene a Pontida, può essere bossiano, salviniano, vannacciano, autonomista o federalista, mette da parte le sfumature e le divisioni e si sente prima di tutto leghista.
Il Leon, il Doge e il governatore
Il Leon, il Leone di San Marco dei Veneti (tra l’altro hanno vinto per abbondanza la gara di bandiere sventolanti), non magna più il “teron”. Anche Luca Zaia, governatore del Veneto e accolto sul palco come Il Doge, ha cambiato i paradigmi del suo discorso. Ma non i temi. Il suo è forse l’intervento che attinge nei valori della Lega e nel vocabolario che i leghisti riconoscono da più di vent’anni. Zaia parla di Nord, di un’Italia a doppia velocità nella quale bisogna affrontare la questione meridionale, ma anche affermare che c’è una questione settentrionale da risolvere. E poi, tra lo sventolio di decine bandiere del Leon, dice che il prossimo governatore del Veneto deve essere della Lega. Chiude facendo notare che sulla bandiera veneta c’è il Leone di San Marco e la parola “pace”. «È l’unica bandiera – dice, mentre i suoi srotolano il bandierone dal palco – che ha scritto questa parola». Applausi. Tanti applausi. Anche per Attilio Fontana. Anche l’intervento del Governatore della Lombardia ha toccato le corde di un leghismo che sta per essere superato a destra, ma non vuole cedere il passo. Temi e bandiere che non si ammainano.
La Carta del Nord e Umberto Bossi
Pontida ha sancito anche la presentazione della “Carta della Lombardia”, presentata da Massimiliano Romeo, uno degli esponenti storici della Lega nord e attuale capogruppo al Senato del Carroccio, che con lo slogan “Meno Roma in Lombardia, più Lombardia a Roma” punta a una maggiore centralità della regione simbolo del Nord. Il primo firmatario della Carta è stato Umberto Bossi.
La Lega di oggi
Com’è cambiata la Lega? Semplice non è cambiata. Lo dicono Andrea Cassani, sindaco di Gallarate e segretario provinciale della Lega della provincia di Varese e Max Ferrari, leghista di lunga militanza, voce spesso critica, insubre, remigrante e vannacciano.
La Lega della provincia di Varese c’è
Cartolina della Lega del Varesotto
Una fede
L’ultima cartolina che “inviamo” da Pontida 2025 è quella di Mariella da Tradate. Giorgetti direbbe un esempio di “militante ignoto”. Mariella quando parla di Lega dice che «è una fede». Poi racconta le sue tante Pontida. «Sono sempre venuta. Ricordo l’anno in cui eravamo qui con i piedi nel fango, ma anche gli interventi di Vimercati e Umberto Bossi, uno che ha sempre visto trent’anni avanti». E oggi c’è Vannacci. «Si c’è Vannacci, ma la Lega, soprattutto la vecchia Lega, resta una fede».


