L’Ucraina e il “metodo Trump”

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Trump e Zelensky in Vaticano il 26 aprile scorso: un incontro (e una foto) che passa alla storia

di Gian Franco Bottini

Dell’uomo Trump, per quello che conosciamo dalle cronache, ci piace ben poco e non l’abbiamo mai nascosto. Non la sua storia, non i suoi atteggiamenti, non la sua arroganza. Dal presidente Trump, qualche delusione di troppo, o forse più che delusione sconcerto, per la sua interpretazione del ruolo così lontana dallo stereotipo del Presidente dell’America che ci eravamo creati dalla storia degli ultimi 80 anni: un po’paternalistico, un po’protettivo, certamente generoso, un riferimento rassicurante, custode della democrazia.

Ora però è il momento di riconoscergli il merito di aver fatto qualcosa di molto importante per le vicende mediorientali e seppur la strada a venire è ancora molto lunga e piena di pericoli, anche solo il primo step, che si stà realizzando con il fiato sospeso, merita per Trump un riconoscimento e un ringraziamento, anche da parte di chi come noi è stato, e probabilmente lo sarà ancora, molto critico nei suoi confronti.

D’altra parte si è sempre saputo che chi aveva tutte le armi, diplomatiche e non, per tentare un qualcosa che assomigliasse a una pace era il presidente americano, che a quanto pare le ha sapute usare secondo un suo metodo che miscela diplomazia, economia e forza. Qualcuno già comincia a classificarlo come “metodo Trump” ed inevitabilmente, sottintendendo una ripetitività della sua applicazione, pensa all’Ucraina come prossimo obbiettivo del tycoon, per soddisfare quel suo spasmodico desiderio che si chiama “Nobel per la pace”, sfuggitogli quest’anno forse solo perché i giudici erano impegnati nella ricerca delle famose 7 guerre da lui dichiarate chiuse per suo merito.

Comunque (al di là del già elevato merito per questa prima fase) se il “piano Trump “ per Gaza, come speriamo dovesse avere uno sviluppo in linea con quanto esso prevede, non possiamo che tifare perché l’agognato Nobel possa approdare alla Casa Bianca. Come già successe per altri presidenti nel passato, anche se ancora se ne discute in proposito.

Per restare con i piedi per terra, pur dando a Cesare quel che è di Cesare, ci pare opportuno che prima di auspicare una rapida applicazione del suddetto “metodo” in altre parti di questo mondo belligerante, ed in particolare in Ucraina, qualche più approfondita valutazione vada fatta. Abbiamo detto che nella situazione mediorientale la diplomazia americana ha sicuramente lavorato, cosa che potrà avvenire anche per l’Ucraina, non tralasciando però la presenza attiva e il contributo fornito dalla diplomazia di alcuni Paesi Arabi, territorialmente interessati e in grado di parlare un linguaggio, se non uguale, sicuramente simile, al contesto di Hamas e dei suoi fiancheggiatori.

Rispetto alla situazione ucraina lo stesso affiancamento diplomatico dovrebbe essere richiesto all’Europa, ma francamente non siamo in grado di ipotizzare che tipo di peso esso potrebbe avere, dato i protagonismi esistenti (Germania, Francia, Gran Bretagna) e le molte tensioni di frontiera. Ma se la diplomazia ha fatto da piatto di portata, l’economia e la forza sono stati i cibi più convincenti, ancor di più della difesa di principi umanitari, cosa che pure ha scosso profondamente le nostre coscienze e smosso le nostre piazze, magari in parte anche strumentalmente.

Non è bello dirlo, ma in pieno conflitto già qualcuno si preoccupava del business per la ricostruzione di Gaza e non è certo azzardato affermare che la cosa sia stata il collante fra molti di coloro che si sono adoperati per raggiungere l’accordo odierno. Lo stesso Trump lo ha praticamente confermato durante la cerimonia della firma dell’accordo, con i suoi apprezzamenti su qualche danaroso sceicco.

Questo stimolo economico non mancherà nemmeno quando si parlerà di Ucraina se è vero, come è vero, che dopo pochi mesi dall’inizio del conflitto, quando il peggio doveva ancora venire, una trentina di Paesi europei (Italia in testa) hanno iniziato a parlare di ricostruzione . E di questo genere di argomenti Trump (e famiglia) è impossibile sia disinteressato.

E fin qui parrebbe che il “metodo Tump” possa essere facilmente applicabile anche alla questione Ucraina, ma si farebbe il grossolano errore di dimenticare quello che invece a Gaza può essere stato l’argomento determinante: la prova di forza.  Gli attacchi israeliani (autorizzati dagli Usa), all’Iran e al Qatar, seppur definiti limitati e chirurgici, devono essere risultati molto persuasivi rispetto ad Hamas (che ha percepito la debolezza dell’Iran, suo maggior sostenitore) e ammonitivi rispetto ad un Paese amico, come il Qatar, che in un momento molto delicato mostrava qualche ambiguità.

Ma qui nascono le perplessità, e le preoccupazioni, sull’utilizzo euforico del “metodo Trump” nella questione Ucraina, perché, dall’altra parte della barricata c’è la Russia, con tutto il suo potenziale bellico e umano; e c’è Putin che in quanto a caparbietà pare essere superiore a Trump. Si comincia a parlare troppo spesso di missili a lungo raggio capaci cioè di raggiungere Mosca e di trasportare testate atomiche. Forse solo pretattica dialettica, ma anche troppe parole leggermente utilizzate possono trasformarsi in pericolose minacce e in questo caso non si tratterebbe più di una guerra locale come a Gaza, ma il coinvolgimento sarebbe ben più vasto.

Conclusione: comprensibile la molta euforia intorno al “metodo Trump” ma deve essere chiaro che nella sua interezza deve essere un argomento da maneggiare con molta cautela.

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