GALLARATE – Uscire dal ristorante e non trovare più la macchina. E’ l’incubo di ogni automobilista ed è accaduto oggi, 24 ottobre, a pranzo, a una cliente di un noto locale di cucina giapponese di via Carlo Noè a Gallarate. Ma non è stata rubata: è stata rimossa perché era stata parcheggiata sul piazzale antistante l’ex edicola (chiusa da ormai oltre due anni), aperto e accessibile a chiunque. Ma l’attuale proprietario, con un minuscolo foglietto di carta appiccicato sul muro, aveva avvisato: se rivuoi l’auto devi pagare 250 euro, contattando il numero di telefono indicato.
Il bonifico di 250 euro
Così ha fatto la donna. Dopo aver appreso dall’altra parte della cornetta che la sua auto non era stata rubata, bensì rimossa, ha ricevuto il seguente messaggio:
Buongiorno, siamo dispiaciuti per l’accaduto. Per rientrare in possesso del suo autoveicolo è necessario inviare un bonifico di importo pari a € 250,00 al seguente
IBAN: xxxxxxxxxxxxxx
BIC/SWIFT xxxxx
Beneficiario : xxxx
Indicando come causale il suo numero di targa.
La preghiamo di inviare contabile del bonifico allegando carta di identità e codice fiscale per emissione di regolare fattura.
Sarà successivamente comunicato contatto e luogo di ritiro dell’autovettura.
La denuncia dell’avvocato
Ritenendo di aver subito un’ingiustizia, la proprietaria del veicolo si è immediatamente rivolta al proprio avvocato, Sara De Micco, che sta preparando una querela «per furto ed estorsione». Sulla vicenda è stata interpellata anche la polizia locale, che si è dichiarata estranea e ignara dell’accaduto in quanto si tratta di proprietà privata. E’ un’iniziativa personale, dunque, illegittima secondo il legale: «Non stiamo parlando di un luogo chiuso, bensì di un’area accessibile a chiunque. La macchina non era di intralcio e siccome il chiosco è chiuso da anni non precludeva alcunché. Siamo dunque palesemente di fronte a un asporto illegittimo e lo dimostreremo davanti al giudice. La mia cliente ha dovuto cedere e pagare immediatamente i 250 euro soltanto perché all’interno c’erano generi di conforto oltre a beni deperibili, peraltro destinati a un’attività benefica. Si tratta di una vicenda assurda e andremo fino in fondo».
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