Com’è quel detto: le sentenze si accettano e non si commentano? Vedete invece la canea nata attorno alla condanna in Appello a 14 anni e rotti del gioielliere di Grinzane Cavour che inseguì e stese a colpi di pistola due dei tre rapinatori che avevano assaltato il suo negozio, sesta rapina in pochi anni. Fu legittima difesa o illegittima vendetta? Il fitto e teso dibattito, più sul versante politico che su quello giudiziario, non arriverà a una risposta esaustiva: per il momento è fonte di confusione e disorientamento.
Di legittima difesa parlano invece i giudici della Corte d’assise di Arezzo che hanno assolto proprio “per legittima difesa” il 54enne che la sera del 5 gennaio 2023 uccise il vicino il quale, con una ruspa, gli stava demolendo la casa. Restiamo invece in attesa della decisione a carico della imprenditrice balneare di Viareggio, a processo a Lucca: la donna, 66 anni, tolse la vita a uno scippatore che l’aveva presa di mira: lo investì, schiacciandolo contro una vetrina, col suo Suv. Per la pubblica accusa fu omicidio volontario, gli avvocati della difesa sono di altro avviso. La Corte d’assise dovrà esprimersi in merito.
Sentenze, dicevamo, che invece vengono commentate, eccome. E spesso s’impugnano. Sentenze che finiscono per coinvolgere l’opinione pubblica, accendono il tifo, scatenano la politica e, manco a dirlo, sono pane per i media. Prendete l’incredibile e dolorosa vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi, c’è già una sentenza definitiva a carico di Alberto Stasi e c’è un nuovo indagato, Andrea Sempio: innocentisti e colpevolisti, garantisti e forcaioli sono scatenati, sui giornali e nelle trasmissioni televisive, quasi a rete unificate, che trattano del clamoroso caso. E riportano, appunto, a quanto decise la Cassazione nei confronti di Stasi. Più che commenti, valanga di giudizi senza appello.
Poi succede che a Varese il procedimento nei confronti di quattro persone, imputate per un infortunio sul lavoro e il successivo decesso dopo alcuni mesi di un muratore bulgaro, si concluda con un patteggiamento collettivo, seppure con esiti diversi. Normale procedura? Quanto meno ci sarebbe da discutere sulla mitezza delle pene patteggiate. Quel poveretto fu vittima di una caduta in un cantiere di Luino nel marzo del 2022. Chi era presente all’infortunio non si preoccupò di chiamare i soccorsi, ma caricò il collega in auto e, nonostante apparisse in gravi condizioni, lo portò a casa, mettendolo a letto. Facendo poi passare le ferite per una banale caduta domestica. Un episodio che non ha bisogno di essere approfondito per definirne la gravità. Risultato? Due colleghi dell’uomo hanno “chiuso” con 5 mesi di condanna, il suo impresario a 1 anno e 9 mesi, il responsabile dei lavori a 1 anno e 2 mesi. L’impresario, oltre che di omicidio colposo, ha risposto anche dell’accusa di frode processuale imputazione, come scrive Simona Carnaghi nella cronaca giudiziaria di Malpensa24, contestata anche ai due muratori. Per i famigliari non è stato previsto alcun risarcimento. Fine del discorso.
In pochi ne hanno parlato: non è una storia che interessa ai giornali e alle Tv, evidentemente. Tanto meno alla politica, sempre pronta a sdottorare quanto l’occasione le è propizia. Al contrario è una storia che lascia un’ampia coda di perplessità, di tutti i tipi. Che a suo modo sconcerta e accende un faro etico che andrebbe approfondito in tutta la sua complessità e attualità. Legittima difesa anche in questo caso, ma dai guai che sarebbero derivati dal chiamare i soccorsi. Il patteggiamento è un istituto previsto dalle norme. Ciò che non è tollerabile è il girare la testa dall’ altra parte per togliersi dall’imbarazzo e perché, tutto sommato, non è una notizia che infiamma lettori, telespettatori ed elettori. Alla giustizia, con la minuscola, va bene così.
Morto sul lavoro, 4 patteggiamenti. La vittima portata a casa e non in ospedale
