Troppo caos: Pogacar si ritira e scappa da Gran Canaria. Ma perché ci è andato?

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Tadej Pogacar a Gran Canaria

Tadej Pogacar è stato battuto. Anzi, di più: si è ritirato. No, non è uno scherzo. Il fatto è successo nella Gran Fondo Pico de la Nieves, a Gran Canaria, in Spagna. Il fuoriclasse, che qualcuno arriva a definire “il più grande di tutti i tempi”, che in stagione ha trionfato in ben 20 delle 50 corse a cui ha partecipato (nessun ritiro e tra i trionfi ci sono Mondiale, Europeo, Tour, Fiandre, Liegi, Lombardia, Freccia e Strade Bianche), l’uomo che in corsa regala borracce ai bambini, stavolta è stato costretto ad arrendersi in una gara di cicloamatori. 

La super star della manifestazione si è spenta. Motivo ufficiale della resa, la sicurezza. Lo sloveno, pochi chilometri dopo il via da Arucas, ha girato la bici e furibondo ha preso un’altra strada. Lo hanno fatto arrabbiare le continue richieste di foto e autografi, i selfies scattati da improbabili ciclisti al suo fianco, le manovre pericolose di chi almeno per un attimo – comunque – voleva stare attaccato alle sue ruote. 

Al Pico de la Nieve, Pogacar non è mai arrivato facendo arrabbiare e deludendo la gente che lo attendeva in vetta, quasi duemila metri, in una giornata fredda e nebbiosa (del resto questa montagna non si chiama Pico del Sol). Ma l’accaduto fa riflettere e sorgere delle domande.

La prima riguarda l’opportunità di partecipare a una manifestazione del genere. Pogacar è nel pieno della carriera e guadagna oltre dodici milioni di euro all’anno. Gli servono qualche decina di migliaia di euro in più come proventi dell’invito? O la sua è ingordigia? Pogacar a fianco ha dei procuratori molto importanti, anzi la A&J, l’agenzia più importante nel mondo del ciclismo, e appartiene alla Uae, la squadra nettamente più forte di tutte. Bene i suoi manager hanno fatto la trattativa economica, la squadra ha avallato e persino diramato gli inviti alla stampa (quella molto amica, talvolta persino con la lingua srotolata a tappeto). Nessuno di loro ha pensato ai rischi che Pogacar avrebbe corso. E se lo fanno cadere? E se si fa male? Perché è normale che in una manifestazione popolare come una gran fondo tutti vogliano stare vicino al loro idolo. Ma in bici il pericolo è in ogni attimo, in ogni metro di strada. Come puoi pensare di lasciare pedalare il numero 1 al mondo in mezzo a un’orda di assatanati? Follia. Chi si potrebbe immaginare di vedere Ronaldo, Messi, Haaland o Mbappe giocare a calcio in un campo di periferia in mezzo a degli scalmanati che magari entrano in tackle? Nessuno. Nemmeno in un film. Perché il motto “Andrà tutto bene”, lo abbiamo visto durante la tragedia del Covid, non funziona. Pogacar sarebbe da tutelare, non da mandare allo sbaraglio per raggranellare una manciata di euro. O no?

Poi c’è l’altro aspetto e riguarda gli organizzatori e Gran Canaria. Organizzatori di livello mediocre, approssimativi, che non hanno saputo garantire a Pogacar, e ai suoi, la necessaria tranquillità anche giù dalla bici. Ma dietro di loro si è mosso tutto un sistema politico che, per interesse, a vicenda si lodava e applaudiva per la bellezza dell’evento. Un evento con il quale il Turismo di Gran Canaria, ha cercato di nascondere la polvere sotto il tappeto. Quest’isola tuffata nell’Atlantico quasi sulla linea del Tropico del cancro, come clima è un paradiso, perfetto per pedalare in inverno. Ma poi c’è il resto, le strade per esempio sono un caos. La principale nella zona più turistica è chiusa da oltre 8 anni rendendo di fatto inaccessibile una parte di isola; altre sono appena crollate, altre ancora mal rattoppate e piene di buche. Dietro gli enormi hotel di un turismo massivo e irrispettoso, ci sono zone che possono essere scambiate per favelas. In più c’è il problema traffico, gli autobus azzurri di linea che sfrecciano come bolidi, le moto che nei week end trasformano le strade in un circuito da MotoGp. Pogacar si è dovuto confrontare anche con questi problemi.  

Gran Canaria, con Tenerife, avrebbe dovuto anche essere il teatro delle ultime quattro tappe della Vuelta 2026. Ma a meno di davvero improbabili colpi di scena non sarà così. La politica locale ha fatto un passo indietro perché non vuole ospitare la squadra di Israele. Peccato che questa squadra non ci sia più e al suo posto è nato un team svizzero-spagnolo. Una scusa patetica dunque, figlia dell’approssimazione grossolana e della pessima gestione di chi governa quest’isola. Ignoranza. Come sempre.

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