Varese Busto Arsizio, il co-capoluogo del Pd

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Busto Arsizio e Varese: due "repubbliche" nella stessa provincia

Ci sono tormentoni che, di tanto in tanto, riemergono dall’oblio per riaccendere vecchi desideri e altrettante velleità politico/amministrative. Uno di questi tormentoni riguarda la mai esaudita richiesta di Busto Arsizio di diventare capoluogo di provincia. A riportarla d’attualità è nientemeno che il Partito Democratico bustocco che, in consiglio comunale, ha suggerito al sindaco Antonelli di farsi promotore di un’iniziativa per promuovere la città a co-capoluogo. Cioè, di affiancarla a Varese, formando la provincia di Varese-Busto Arsizio, in linea con altri enti analoghi: nel nostro Paese, dove si tende o si tendeva, soprattutto al Sud, a non scontentare nessuno, sono state infatti istituite province col doppio, se non addirittura col triplo nome.

Che quella del Pd sia una boutade pre-natalizia possiamo pensarlo, soprattutto per la paternità dell’idea, firmata da una compagine d’opposizione. Ma sotto sotto, più che una provocazione ci sembra uno spunto in linea con un Partito Democratico che, a Busto Arsizio, gioca a nascondino per quanto riguarda il proprio ruolo di controllo e di stimolo per la maggioranza di centrodestra. Tant’è vero che il suo capogruppo, Maurizio Maggioni, si esprime in questo modo lusinghiero per l’esecutivo di Palazzo Gilardoni: “Oggettivamente Busto è una città molto attiva e molto forte insieme ai suoi amministratori”. Ergo, enuncia Paolo Pedotti, che dei dem è il segretario cittadino, “le manca solo di allinearsi a Varese  come co-capoluogo”.

Nella fattispecie è il Pd che sembra allinearsi al centrodestra locale, tanto che lo stesso sindaco meloniano abbia modo di ringraziare l’opposizione, tutta l’opposizione bustocca, per la sua “normalità”. Cioè, per il fatto che non rompa le scatole (eufemismo). E che, anzi, intervenga a sostegno del sogno inevaso, cullato per decenni dalle giunte democristiane e poi di pentapartito, di una promozione istituzionale che non è mai arrivata e che, per quanto si può immaginare, non arriverà.

Siamo fuori tempo massimo e il problema vero di Busto è un altro, interessa il rischio di isolamento per le sue attuali difficoltà di dialogare con i centri del circondario e con la stessa Varese, con la quale è in costante competizione, in scia all’atavica frustrazione dovuta a una serie di fattori. Primo fra tutti: la consapevolezza di essere di fatto il capoluogo economico, produttivo, infrastrutturale e della mobilità dell’intera provincia. Primato che non le è riconosciuto in senso istituzionale, ma che nessuno può disconoscere nella realtà.

A Busto ci sono stati sindaci che hanno tentato di ovviare a tale situazione aprendosi al confronto, ma da una posizione di supremazia e mai veramente coltivato con Varese o con la vicina Gallarate. Centro, quest’ultimo, che le è contiguo e per il quale, in periodo pre elettorale, si era addirittura ipotizzata una fusione in un’unica città. Un altro sogno, un’altra forzatura anche se con possibili ma per ora impraticabili sostegni amministrativi e politici. Per dirla in un altro modo: a Busto Arsizio piace fare da sé. Benché sia ora chiamata alla collaborazione con Gallarate per il cosiddetto Grande Ospedale della Malpensa, da realizzare, sotto l’egida regionale, in condominio. Intervento che va avanti proprio per la spinta di Palazzo Lombardia.

Il resto sono soltanto chiacchiere. Almeno fin che non arriveranno politici che al campanile, al provincialismo, ai derby istituzionali sostituiranno finalmente la capacità e la voglia di unire gli sforzi a beneficio di tutto il territorio, di una provincia che, seppure policentrica e di faticose ricuciture territoriali, non ha bisogno di facezie né di sogni, piuttosto di sinergie e di concretezza. Ma di politici con una visione oltre i propri orticelli, per quanto possiamo constatare, per ora non ce ne sono alle viste.

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