Fenomenologia del lupo di Barasso

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di Paolo Costa

Ho rischiato di incrociarlo, alle 19.30. Ma io volevo semplicemente vedere le tracce del suo bottino, la scia di sangue del povero capriolo ammazzato. Soltanto il giorno dopo ho letto la testimonianza di una signora che in via Cassini a Barasso, tenendosi a debita distanza, aveva notato la sagoma del lupo più o meno alla stessa ora. “Mi sembrava Due Calzini, il bellissimo quadrupede del film Balla coi lupi”, ha commentato. Un esemplare simpatico, innocuo. Ma capace di azzannare un animale di media taglia per tornare poi, come spesso fanno gli assassini, sul luogo del delitto.

L’avessi incontrato come mi sarei comportato? Come avrei reagito, così, all’improvviso? Gli esperti dicono di mantenere la calma, di avere self control…mi chiedo perciò se sarei stato capace di trastullarmi con qualche pensiero bizzarro, in grado di auto-distrarmi, per poi dileguarmi affermando magari giocosamente “lupus in fabula!”. Il lupo di Barasso (che non ha ancora un nome, ma a questo punto va bene “Due Calzini”) ha fatto scalpore perché spintosi fino al centro del paese, scrivendo la nuova storia di una saga ormai ricca di episodi.

Nelle nostre Prealpi di lupi ne sono stati avvistati a bizzeffe, nel Lecchese, nel Comasco, nel Varesotto. Del resto, gli avvistamenti o i segni della presenza in Lombardia si stanno moltiplicando a partire dai primi anni del nuovo millennio, quando il lupo comparve -inatteso e temuto- nei boschi e nei pascoli della Valtellina. Da allora sono trascorsi più di vent’anni e ora è uno stillicidio. Branchi sono segnalati di frequente anche in pianura, nel Lodigiano, nel Mantovano e nell’Oltrepo Pavese. E sulla dorsale appenninica i lupi sono molto più presenti che sulle Alpi, senza escludere le zone di mare. A Rimini, per esempio, è capitato più volte che esemplari affamati abbiano puntato i giardini di villette con animali domestici.

La gente si preoccupa. E i timori diventano allarme nei mondi dell’agricoltura e della pastorizia. Il lupo solitario è un conto, in compagnia è tutt’altra cosa. Nel primo caso per l’uomo non c’è pericolo (è il lupo stesso a evitarlo), nel secondo le precauzioni sono d’obbligo. L’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sta monitorando la situazione e sta cercando di capire se non sia il caso di prevedere numeri massimi di presenze e proporre politiche di contenimento (tramite l’abbattimento degli esemplari predatori verso animali da fattoria). Il dibattito sulla pericolosità è aperto, ma intanto pastori e agricoltori hanno tirato un primo sospiro di sollievo alla notizia che le norme europee hanno declassificato il lupo da specie “rigorosamente protetta” a specie “protetta”. Un fatto semplicemente lessicale? No, non solo. La decisione apre infatti la via a una più spiccata attenzione e se necessario a nuove politiche d’intervento da parte delle istituzioni. Che finora, dalle nostre parti, a fronte dei casi sporadici e del fatto che branchi non se ne sono visti, si sono tempestivamente attivate attraverso comunicazioni rassicuranti.

Il lupo, in quest’ottica, si aggiunge semplicemente a cinghiali, caprioli, faine e volpi, animali diventati ormai familiari e a volte perfino necessario all’equilibrio naturale, anche se a volte gli stessi lasciano ricordi e tracce non sempre piacevoli. Chi nei paesi ha ancora galline o altri animali domestici può appunto aver sperimentato -ahi lui- la ferocia di volpi e faine… La natura sta cambiando, si dice, e dobbiamo accettare questa trasformazione. Del resto, quando si accende la tv risulta evidente che il “vero lupo” (nel senso di essere cattivo) è l’uomo! Altro che innocenti e sprovveduti quadrupedi. Guardando scenari di guerra e le cronache di fatti di sangue, appare sempre attuale infatti l’insegnamento di Hobbes col suo “homo homini lupus”.

Insomma, come agire? Ha detto Adriano Martinoli, docente di Zoologia all’Insubria: “Occorre abbandonare lo schema sterile del pro e del contro. La vera sfida è sedersi attorno a un tavolo e costruire soluzioni condivise, basate su un approccio scientifico, coinvolgendo allevatori, cittadini, tecnici, amministratori e mondo della ricerca. Il che significa investire in prevenzione per costruire nuovi modelli di coesistenza”. Le esperienze con orsi e cinghiali, la cui diffusione in molte zone è sfuggita di mano, insegnano infatti che di fronte al nuovo fenomeno è buona cosa che le istituzioni studino e si confrontino e che i cittadini acquisiscano nuove consapevolezze. La natura è madre ma, si sa, può diventare matrigna.

barasso lupi avvistamenti – MALPENSA24

 

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