Stranieri espulsi ma liberi. Perché?

stranieri espulsioni governo
Rimpatri di clandestini sempre difficili in Italia

Nel question time di giovedì 8 gennaio in Senato, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è intervenuto spiegando la complicata situazione degli stranieri colpiti da provvedimenti di espulsione dal nostro territorio. Questione aperta, che le vicende di Marin Jelenic e Emilio Gabriel Valdez Velazco, il primo accusato dell’omicidio del capotreno di Bologna, il secondo dell’aggressione mortale a Aurora Livoli a Milano, hanno drammaticamente riportato all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica.

Al di là delle polemiche tra maggioranza di governo e opposizioni  (“Le minoranze – ha detto Piantedosi – scoprono solo ora il tema della sicurezza e il suo legame con l’immigrazione clandestina”), il problema esiste, eccome. Il ministro ha rivendicato, dati alla mano, l’impegno dell’esecutivo Meloni sul versante di protocolli farraginosi per una serie di ragioni che, in molti casi, impediscono di rimpatriare subito i migranti che delinquono o privi del permesso di soggiorno e, quindi, indesiderati in Italia.

Succede spesso che l’ordine del prefetto che impone allo straniero di lasciare il territorio nazionale cada nel vuoto: gli interessati fanno perdere le loro tracce fino a un eventuale nuovo arresto. Ma anche in quel caso l’esecuzione del provvedimento di espulsione non è scontata. Quasi sempre ci sono difficoltà nell’identificazione del soggetto che si nasconde dietro gli alias; i ricorsi presentati dagli stranieri ospitati nei CPR rappresentano un ulteriore ostacolo se accolti dai giudici. (Proprio sulla magistratura ha fatto corrosivo cenno la premier Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno: “A volte – ha tra l’altro detto Meloni – le toghe rendono vano il lavoro delle forze dell’ordine e delle Camere”). Inoltre, tutto si complica per i rapporti con il Paese d’origine, regolati da accordi che non consentono un rapido rimpatrio e, in molti casi, nemmeno esistono intese tra il nostro governo e lo Stato di provenienza del clandestino da rimpatriare. Così la situazione si ingarbuglia ulteriormente. Per non dire, infine, degli ostacoli rappresentati dai limiti contenuti negli accordi bilaterali.

E’ un quadro normativo e procedurale che finisce per favorire gli immigrati destinatari delle disposizioni a loro carico. Come se ne esce? Piantedosi non ha fornito soluzioni immediate, se non una sintesi dell’impegno del governo rispetto a un problema che l’opinione pubblica avverte tra quelli prioritari in funzione della sicurezza. Soprattutto dopo gli omicidi di Bologna e Milano: le mani assassine sono di due stranieri già colpiti da decreti di espulsione più volte; e più volte arrestati, ritenuti pericolosi per una serie di episodi che hanno giustamente messo in allarme le autorità.

Per il peruviano Valdez Velazco, che ha confessato di aver ucciso, dopo averne abusato sessualmente, la diciannovenne Aurora Livoli, c’è anche una condanna a cinque anni per una violenza su un’altra ragazza, oltre a numerosi precedenti penali e al mancato rispetto di vecchi “inviti” a lasciare il territorio nazionale. Ma il suo casellario giudiziario risulta immacolato. Com’è possibile? Un caso nel caso, che pone un punto interrogativo che va a intricare ancora di più una singola situazione. La quale, comunque la si voglia giudicare, rivela un modello complessivo da rivedere e aggiustare. Ma chi è ora chiamato ad intervenire se non il governo in carica da tre anni? Certo, negli Stati Uniti i poliziotti che si occupano di immigrazione fanno i pistoleri, ammazzano anche inermi cittadini (Minneapolis), e il fatto è intollerabile sotto ogni punto di vista. Qui da noi, forse, qualche ingranaggio del sistema, piaccia oppure no a Piantedosi, risulta inceppato. E cancelliamo pure il “forse”.

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