MILANO – La maschera di Emilio Gabriel Valdez Velazco è caduta definitivamente tra le mura del carcere di San Vittore. Quello che fino a poche ore fa era il sospettato numero uno, il predatore delle banchine della metropolitana, ha confessato l’orrore. Di fronte ai pubblici ministeri milanesi, il 57enne peruviano ha ammesso non solo di aver ucciso Aurora Livoli, ma di averne abusato sessualmente.
Un interrogatorio drammatico in cui l’uomo ha tentato una difesa che sfiora il surreale. Secondo quanto riferito dal legale, Valdez Velazco avrebbe dichiarato di non essersi reso conto del decesso della giovane se non il giorno successivo, guardando i servizi al telegiornale. In un macabro racconto di alienazione, ha sostenuto di aver “vegliato” su Aurora dopo la violenza, convinto che la diciannovenne fosse solo assopita. Una versione che gli inquirenti valutano con estrema cautela e che si inserisce in un quadro che l’avvocato definisce “meramente indiziario”, ma che di fatto chiude il cerchio su una delle vicende più cruente degli ultimi anni a Milano.
Le indagini e le aggressioni del predatore seriale
La svolta arriva a coronamento di un’indagine lampo dei carabinieri del Nucleo Investigativo e della Compagnia Porta Monforte, iniziata ufficialmente la sera del 30 dicembre con il fermo dell’uomo. Valdez Velazco, irregolare e con vecchi precedenti per reati sessuali, era finito nella rete degli investigatori dopo un altro episodio speculare avvenuto il 28 dicembre nella stazione M2 di Cimiano. In quell’occasione, la vittima era stata un’altra diciannovenne, una connazionale dell’assassino, aggredita alle spalle mentre era sola sulla banchina.
In quell’inferno sotterraneo, il 57enne aveva messo in atto lo stesso copione criminale: il braccio stretto al collo per soffocare le grida e il tentativo di trascinare la ragazza in un angolo buio. Solo la reazione rabbiosa della giovane e l’arrivo provvidenziale di un convoglio avevano messo in fuga il predatore, che aveva poi tentato di dileguarsi tra la folla girando al contrario il proprio giubbotto double face per non farsi riconoscere. Un dettaglio, quello del cambio d’abito improvvisato, che è diventato la firma identificativa per i militari che stavano dando la caccia al killer di Aurora.
