Il presidente Dagnoni: «Varese, terra di grandi corse, dà tanto al ciclismo»

Il presidente della Federazione Ciclistica Italiana Cordiano Dagnoni

ROMA – Da Hulst, sede degli ormai prossimi Mondiali di Ciclocross a Montreal dove si disputeranno le gare iridate su strada. Passando per Varese, terra di grandi appuntamenti per il ciclismo, ma anche culla di campioni e di appassionati. Un lungo viaggio in poche domande con Cordiano Dagnoni, presidente della Federazione Ciclistica Italiana.

Presidente Dagnoni, siamo alla vigilia del Campionato del Mondo di Ciclocross. Con quali ambizioni si presentano al via a Ulst, in Olanda, gli italiani?
«Andiamo con grandi ambizioni che partono dalla prima giornata che è quella del Team Relay, la staffetta, dove si corre e si fa un giro a testa con un atleta per ogni categoria, sia maschile che femminile. L’Italia è molto competitiva a dimostrazione che, magari non abbiamo il campione in una categoria specifica, ma abbiamo creato un movimento grazie al lavoro del ct Pontoni. Un movimento di alto livello con tanti giovani. Penso a Stefano Viezzi che si può giocare il titolo Under 23 e ai nostri corridori Juniores, sia maschili che femminili, assolutamente da podio. Negli Elite direi che c’è poco da fare. Anzi c’è Van der Poel, che non è italiano».

Ciclocross: un tempo la provincia di Varese aveva l’appuntamento dell’Epifania a Solbiate dove venivano i grandi campioni. Dall’anno scorso la Città Giardino ospita i Mondiali Master di specialità. Varese che è sempre stata e si conferma terra di ciclismo quanto può dare all’intero movimento?
«Tanto. Del Ciclocross di Solbiate conservo una foto dei tempi in cui veniva a correre anche Francesco Moser. E la città di Varese, anche grazie alla società Binda, che può essere considerata un esempio virtuoso nell’organizzazione delle gare dei professionisti, e delle categorie più giovani, adesso può dare un contributo allo sviluppo di questa specialità. Senza dimenticare Cittiglio, dove si organizza una tappa dell’UCI Women’s World Tour,con il Trofeo Binda. Tornando al ciclocross, questa specialità può crescere anche grazie agli appuntamenti mondiali di Varese. Speriamo anche che nei prossimi anni possa sbocciare un campione».

Passiamo alla strada. L’Italia ha grandi corridori, ma non ha il campione per tornare a vincere una grande corsa a tappe. Cosa manca per poterlo avere in futuro?
«Direi una mamma capace di mettere al mondo un figlio con le doti di Pogačar. Battute a parte. Difficile dire cosa manca. Proviamo a pensare alla Francia, che molte squadre professionistiche, eppure ha vinto l’ultimo Tour con un francese nel 1985 (Hinault). Il ciclismo moderno è diventato globalizzato, le gare non si giocano più “dentro i confini europei” come un tempo. Nonostante la grande concorrenza, diciamo così, noi abbiamo grandi campioni. Penso a Ganna che è tra i migliori cronoman; a Milan, che è il velocista più forte; Affini, Cattaneo, e Finn che è giovane, ma ha già la testa del corridore della corsa a tappe. Oggi non abbiamo un campione per vincere un Giro, una Vuelta o un Tour, ma abbiamo un futuro roseo grazie anche ai nostri tecnici che sono bravi e preparati».

I fuoriclasse di oggi danno spettacolo su strada: poca tattica e grandi sfide. Bello, anzi bellissimo e spettacolare. Ma alla lunga non si corre il rischio di monotonia?
«Bella domanda. Però se togliamo i fuoriclasse il nostro Ciccone sarebbe salito sul podio. Oggi però ci sono Pogačar, Evenepoel, marziani che sono “venuti su” sulla Cipressa a 37 chilometri all’ora. Insomma, non saprei dare una risposta certa alla sua domanda. Sono combattuto, perché le corse un po’ meno tattiche, più istintive sono spettacolari, ma è anche vero che se Pogačar va via a 80 chilometri dal traguardo, lo spettacolo un po’ perde».

Guardiamo a Montreal, Campionati del Mondo su strada: chissà quando torneremo a vedere il gradino più alto del podio colorato d’azzurro. L’ultima volta è successo a Varese, nel 2008. Non è ora di aggiornare d’azzurro l’Albo d’oro?
«Quest’anno sarà davvero difficile. Stiamo lavorando in vista dei Mondiali del 2028 ad Abu Dabi, con l’auspicio che anche i percorsi siano fatti per rendere la corsa più combattuta. E le posso garantire che non è questione di fare una corsa “più dura”. A volte la selezione la fanno proprio i corridori e non sempre i tracciati».

Presidente un’ultima domanda. Lei ha parlato di ciclismo sempre più globalizzato. Avere i grandi giri a tappe che sconfinano nei Paesi vicini, ma anche lontani, secondo lei è un bene per il ciclismo moderno?
«Io sono favorevole. C’è una regola che consente di organizzare alcune tappe in altri Paesi ogni quattro anni. L’anno scorso l’Albania è stata un’eccezione che alla luce dei risultati in termini di coinvolgimento non è stato un grande successo. Però il ciclismo oggi è sempre più promozione del territorio quando si corre “in casa” con le lunghe dirette televisive ed esportazione del Made in Italy quando si sconfina. Non solo: uno studio dice che è anche lo sport più praticato dopo le palestre e la corsa a piedi. Ed è sicuramente la disciplina più vicina alla gente: per vedere passare una corsa, basta scendere in strada. Quindi è giusto che uno sport coinvolgente come il ciclismo sappia anche andare oltre i confini del Paese in cui si corre».

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