Fuga da Sanremo e libertà d’opinione

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Andrea Pucci aveva annnciato la sua patecipazione al Festival in costume adamitico

Giorgia Meloni non ci sta: “Basta con il doppiopesismo: su Schlein è sessismo, su di me è satira”. L’irritazione della premier deriva dalla vicenda del comico Andrea Pucci, che ha rinunciato alla co-conduzione del Festival di Sanremo dopo le feroci polemiche per il suo ingaggio all’Ariston. Una questione politica, come si sa. Meglio dire, una questione di strumentalizzazione politica, in senso trasversale.

La sinistra accusa Pucci di essere schierato con la destra, di proporre battute omofobe e, appunto, sessiste. Tra le vittime dei suoi sketch, Elly Schlein e Rosy Bindi. Un florilegio di “cattiverie” in funzione della satira che, in molti casi, sconfinano nella volgarità. Ma Pucci riempie i teatri, piace a molti, evidentemente non solo ai fans della Meloni. La destra prende spunto dalle critiche piovute a raffica dopo la notizia del suo coinvolgimento sanremese per accusare le opposizioni di voler sfruttare la vicenda per attaccare la maggioranza di governo e, con essa, la Rai “asservita a Palazzo Chigi”.

Pucci, che in un primo tempo aveva annunciato con un post in cui appariva in costume adamitico (chiappe al vento) la sua partecipazione al Festival, si è subito chiamato fuori, rinunciando a fare da spalla a Carlo Conti durante la terza serata della competizione canora. Troppo rumore attorno alla sua persona, preoccupanti le minacce via social alla sua famiglia. Ergo: a Sanremo non ci sarà.  Giorgia Meloni invita a prendere spunto da tutto ciò per “riflettere”. Su cosa? Forse sull’abitudine della politica di lanciarsi invettive a vicenda, da una parte e dall’altra come non ci fosse un domani? Riflettere sul fatto che ogni cosa, in Italia, viene buttata in politica e la premier si scomoda, a discapito di ben altri problemi, in difesa di un cabarettista che le è contiguo ideologicamente ma che è soltanto un cabarettista, non un premio Nobel.

Pucci ha fatto bene a mandare tutti al diavolo? Non abbiamo una risposta definitiva. Il palcoscenico di Sanremo è stato spesso al centro di polemiche per via di ospiti “senza peli sulla lingua”.  Ad esempio, ricordate il “Wojtylaccio” di Roberto Begnigni? Gli episodi che hanno fatto discutere sono molteplici. E in fondo hanno fatto gioco, in termine di visibilità, alla kermesse nazionalpopolare. Scontato il sospetto che anche stavolta, auspice la stessa presidente del Consiglio, l’effetto propaganda sarà a tutto favore dei suoi protagonisti, a cominciare da quelli politici.

E la satira? Mah, Giorgio Forattini, il principe dei vignettisti, faceva incazzare Craxi quando lo disegnava con gli stivaloni da gerarca fascista e Spadolini quando lo mostrava come mamma lo aveva fatto. Oggi sarebbe accusato di body shaming, i nuovi concetti del politicamente corretto non gli avrebbero permesso di usare la matita con sfrontatezza. Ma poi, cos’è il politicamente corretto? A sinistra come a destra non si va per il sottile, il senso del limite è costantemente calpestato, a confronto Forattini era un gentiluomo.

Il doppiopesismo vale anche e soprattutto nel giornalismo. La “patata bollente” di Libero (direttore Vittorio Feltri) riferita a Virginia Raggi, sindaco di Roma, più che satira era un’offesa. Tant’è vero che è stata sanzionata da un tribunale. E cosa dire delle interviste sdraiate, sdraiatissime, di Bruno Vespa agli esponenti di centrodestra? Non vi è mai capitato di leggere un giornale vicino alle opposizioni di sinistra: scrive oppure no la verità dei fatti? Come li interpreta e come ce li ripropone? Dobbiamo credergli? E le vignette, mai visto Vauro?

A fronte di tutto ciò, c’è il popolo della rete che commenta, insulta, minaccia. I più esposti siamo noi giornalisti: che cosa dovremmo fare quando leggiamo pareri per nulla amichevoli sui nostri articoli? Pucci è in fuga da Sanremo per evitare non si a bene cosa, invece noi dovremmo smettere di scrivere rinunciando alla libertà d’opinione, sacrosanta in democrazia, per compiacere chi ci critica?

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