La prima bici da corsa con ruota “motorizzata” me la trovai tra le mani a Vicenza. Era il 21 maggio 2015, diluviava. Al santuario di Monte Berico Gilbert vinse su Contador la 12a tappa del Giro d’Italia. Non vidi quell’arrivo perché ero impegnato nei sotterranei con Istvan Varjas. Ungherese, ex corridore diventato ingegnere, è l’uomo dei motorini. Quelli per fare andare le bici più veloci.
In un colloquio di una quarantina di minuti mi spiegò, mostrandomi il funzionamento, la grande svolta: dal motore elettrico nel tubo piantone e batteria nel portaborracce, si era passati a quello nella ruota. Il profilo alto del cerchio di carbonio era perfetto per lo scopo. Un progetto non nuovo, ma già sperimentato da qualche anno, e tenuto rigorosamente nascosto. A suo tempo si parlava di cuscinetti miracolosi, di lubrificanti fantastici… “Se con l’elettromagnetismo si fanno andare i treni non è certo un problema dare 30-40 watt a una ruota”, mi disse Varjas con tutta la tranquillità del mondo. Del resto il prodotto non è vietato e se qualcuno ne fa un uso scorretto, contro i regolamenti, non è un problema di chi lo produce. Del resto il compratore rimane spesso ignoto, l’acquisto lo fa una terza persona, insospettabile.
A Stefano, Istvan, chiesi come poteva essere scoperto l’arcano. “Difficile, molto difficile – rispose -. Però un sistema ci sarebbe e l’ho già proposto a chi comanda nel ciclismo. Bisognerebbe fare ai corridori una specie di “passaporto dei dati di potenza”. Un po’ come il passaporto biologico: si monitorano i dati anche in allenamento e si vede se ci sono eventuali variazioni significative. Se, per esempio, un corridore in allenamento ha una soglia di 6,2 watt/kg come fa a esprimerne 7 in corsa? Ho dei dubbi”. Concetto poi che mi ha ribadito poco più di un anno fa.
E proprio in questi giorni l’Ita (Agenzia internazionale antidoping) in via sperimentale ha iniziato a monitorare, con la collaborazione dell’Università del Kent e l’University College di Londra, i dati degli allenamenti di una sessantina di corridori (che hanno acconsentito la condivisione). E se dopo anni di test, inutili, con i tablet si vogliono intensificare e rendere più efficaci i controlli è perché qualcosa non torna.
Il super-procuratore Alex Carera, che tra le sue decine di assistiti ha anche Pogacar e Del Toro, ha usato parole pesanti per stroncare l’idea: “Non abbiamo un problema di doping in questo periodo storico nel ciclismo che ha riacquistato credibilità. Questo piano dell’Ita rientra tra le cose stupide. Non abbiamo bisogno di trovare altre stupidaggini che creino solo problemi. Non abbiamo, ripeto, più il problema del doping, dunque non trovo per nulla sensato crearne uno nuovo”. Adam Hansen, presidente della Cpa (Associazione dei ciclisti professionisti) è sulla stessa linea: “Come organo non siamo contenti di questo progetto, studio che inoltre potrebbe non essere conforme alle norme sulla privacy, e credo che si stia esagerando. Già la vita dei ciclisti è, 24h su 24h, sotto traccia della Wada a cui devono informare su tutto nei minimi dettagli. Il progetto dell’Ita al momento è volontario, ma io sono preoccupato nel caso ciò diventasse obbligatorio”.
Un parere, a margine delle Strade Bianche, lo abbiamo così chiesto anche a Ivan Basso. “Sono favorevole a tutto ciò che possa rendere il ciclismo ancora più credibile. Non dimentichiamo però che abbiamo già la reperibilità H24, con l’ora di slot per i controlli, esami a tutte le ore, gara, fuori gara, il monitoraggio… Tra l’altro poi, per quello che vedo, il 95% dei corridori pubblica già i suoi dati. I numeri sono lì da analizzare“. Però i valori che uno sceglie di pubblicare possono essere facilmente manipolati.
Dati che comunque non sono poi così segreti tra gli addetti ai lavori. È infatti ormai prassi consolidata, che sia corretta o meno è un’altra storia, che un un team prima di iniziare una trattativa per ingaggiare qualsiasi corridore (anche dalle categorie giovanili) chieda l’accesso a Traininig Peaks, il software dove tutti i corridori registrano i dati degli allenamenti.
L’auspicio è che, una volta messa a punto bene tutta la procedura, questa diventi routine. E non su base volontaria. Come vengono fatte, le analisi delle bici servono molto a poco, per non dire a nulla.
