BUSTO ARSIZIO – Una cosa. Un bel ninnolo da tenere al fianco per darsi lustro di riflesso senza però lasciarlo brillare troppo che, altrimenti, la gelosia gli saliva alla bocca e alle mani. Una proprietà, «lui diceva che Teresa era sua. Ma Teresa non era sua e non era neanche mia che sono sua madre. Teresa era una donna libera e lui, questo, non poteva accettarlo. Le diceva “meglio che torni, così sei piccola, piccola”. E quando lei diceva che era meglio separarsi, lui l’aggrediva».
L’avvocato Cicorella: premeditazione e stalking
Il contesto in cui l’omicidio è maturato
Teresa Stabile, la donna che ha pagato con la vita il suo volere essere libera, è comparsa oggi nell’aula del tribunale di Busto Arsizio dove il marito Vincenzo Gerardi risponde del suo omicidio (con premeditazione, crudeltà e stalking) davanti alla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio. E’ apparsa nelle parole di sua madre Giovanna, dei figli Alessio e Christian e del padre Carmelo, parti civili nel dibattimento in corso, che oggi, rispondendo alle domande del pubblico ministero Ciro Caramore, coordinatore delle indagini, e degli avvocati che li rappresentano, Manuela Scalia e Cesare Cicorella, hanno inquadrato quello che per l’accusa è il contesto di violenza e controllo entro il quale è maturata l’aggressione a coltellate con cui Gerardi ha spezzato la vita della moglie (che aveva chiesto la separazione) il 16 aprile scorso in via San Giovanni Bosco a Samarate, dove i due vivevano in alloggi diversi.
La gelosia e il controllo
Un contesto di violenza, come hanno testimoniato i figli raccontando delle aggressioni fisiche e verbali, dei litigi, della gelosia ossessiva del padre nei confronti della moglie. Di quella vacanza in Puglia con una coppia di amici dove il padre spaccò addirittura un tavolo. Di quella madre che interveniva sempre per difenderli e che in un’occasione si ritrovò con un dito rotto, o che dormì una notte in auto con il figlio ancora bambino in fuga dall’ennessimo eccesso di violenza. Una violenza degenerata, se possibile, quando Teresa ha detto basta. Lei, che non poteva avere contatti con amici o colleghi, o indossare un pantalone leggermente attillato o una gonna senza incorrere nella gelosia aggressiva del marito, se n’era andata. Aveva trovato un lavoro, era uscita dal controllo di Gerardi. Un fatto inaccettabile per l’uomo.
La paura di una famiglia
«Solo a quel punto abbiamo capito quanto la situazione fosse grave – ha spiegato la madre – Lui è arrivato a simulare un suicidio per cercare di tenerla legata. La minacciava: “o torni a casa o da qua esci con i piedi orizzontali. Non svegliare il can che dorme”. Teresa aveva paura». Persino un mazzo di rose, rifiutato dalla donna, era stato trasformato in un’arma: «Le disse che quelle rose gliele avrebbe infilate in gola una ad una se non fosse tornata». Testimonianze che secondo l’accusa provano la premeditazione. E che proverebbero anche lo stalking. «Mio padre due o tre volte mi chiese di un Gps come installare sulla macchina di mia madre», ha raccontato uno dei figli. E perché farlo se non per avere il controllo di ciò che la vittima faceva? Una paura crescente e costante che la situazione potesse degenerare – come descritto nelle lettere lasciate dal padre ai due figli – un terrore tale da modificare la vita di tutta la famiglia: «quando mia figlia rientrava dal lavoro lo trovava sempre sotto casa. Aveva paura allora ci mettemmo d’accordo: lei mi chiamava dall’auto mentre rincasava e io scendevo per proteggerla. Quella sera ero al telefono, trovò occupato. Pochissimi istanti e lui ha fatto ciò che ha fatto».
Siamo nel 2026
L’avvocato Vito Di Graziano ha insistito sulla gelosia di Gerardi, gelosia “sostenuta”, negli intenti del difensore, da un’adombrata relazione con un’amica di famiglia – negata da tutti e in ogni caso irrilevante davanti al quadro tratteggiato oggi – tanto da trasformarla in un “movente” agli occhi del killer. Ed è stato il pubblico ministero a quel punto a riassumere il sentire dell’aula rivolgendosi alla Corte: «Presidente, per favore: siamo nel 2026».
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