Una stupenda illusione

bossi lega illusione
Immagine iconica di Umberto Bossi in canottiera

Esce di scena Umberto Bossi, morto a 84 anni dopo un’intensa stagione in prima linea che in un certo senso ha cambiato la politica nel nostro Paese. Fece irruzione nei Palazzi del potere con l’idea iniziale di dividere l’Italia, con l’obiettivo della secessione da conquistare grazie ai “trecentomila bergamaschi in armi” e alla spinta di un seguito popolare che aveva fatto breccia al Nord. A convincere la gente era l’idea che attraverso lui si sarebbero potute migliorare le cose in Italia: riuscì a portare un milione di persone lungo il Po, il sacro fiume dell’ipotetico e impossibile confine dell’ immaginata Padania.

Era un’illusione. E il primo a saperlo era proprio Bossi, che modificò via via la sua politica, passando dal secessionismo al federalismo, dopo essersi insediatosi a “Roma ladrona” con le sue truppe: decine di parlamentari convinti di imporre il Bossi-pensiero ma, alla resa dei conti, spiazzati e storditi dal contesto luciferino della capitale, dai meandri della politica, dai miraggi del potere stesso. A un certo punto, la Lega Nord, nome iconico poi cancellato da Salvini e company, dovette arrendersi a una realtà più forte dei suoi stessi ideali.

Bossi fu colpito dalla malattia (era il 2004), il partito fu travolto dallo scandalo della family, nella “notte bergamasca delle scope” Bobo Maroni cercò di salvare il salvabile. Accanto a Bobo un Umberto Bossi in lacrime, testimonianza della sorprendente fragilità di un carattere che, sino a quel momento e al contrario, gli era invece valsa la fama di duro. E non soltanto perché ad un congresso del partito se ne uscì con la mitica, forse scurrile ma identificativa frase del “noi ce lo abbiamo duro”. Non soltanto per i discorsi prorompenti, pieni di iperboli, ai raduni di Pontida e per i richiami agli improbabili ma suggestivi riti celtici che aveva messo in agenda sul Monviso

Aveva cominciato la sua ascesa partendo dal Basso Varesotto, Samarate, Albizzate, poi Gallarate e Busto Arsizio. Le prime elezioni, le prime posizioni in luoghi istituzionali: le assemblee civiche. Si parlava il dialetto, voleva si parlasse il dialetto come elemento distintivo delle identità lombarde, a baluardo delle radici e della storia. Prendeva spunto da altri movimenti autonomisti, della Valle d’Aosta e del Veneto. Bussava alle redazioni dei giornali locali per farsi pubblicare lunghe intemerate contro Roma e i politici di allora. Concionava attorno a una Lega Lombarda, la Lega Lombarda e Autonomista delle origini, pronta a battersi per i diritti della Lombardia e poi delle regioni del Nord.

Parlava, spesso urlava; urlava e parlava in comizi infiniti, dove metteva di tutto con quella  voce stentorea che ti entrava dentro con forza inspiegabile. La gente cominciò a seguirlo, non tanto per la sua capacità oratoria e di persuasione, quanto perché esprimeva concetti nuovi, sino a quel momento censurati dal politicamente corretto di allora. Non siamo così convinti, come molti analisti, che abbia avuto un grande acume politico: sapeva seguire l’onda, questo sì, sfruttando le occasioni. Finché nella seconda metà degli anni Ottanta approdò in Senato (il Senatùr) e Giuseppe Leoni a Montecitorio. Una conquista, come Hillary e Norgay conquistarono l’Everest, loro vinsero una cima altrettanto perigliosa: quella elettorale.

Da lì in poi per Bossi e soci le urne furono in discesa. Il potere romano si spaventò, fino ad arruolarlo, nel tentativo di rabbonirlo, nei suoi apparati più prestigiosi, nel governo e nelle stanze del comando. Bossi fece comunella con Silvio Berlusconi, lo accarezzò e poi lo mandò a quel paese, per riprendere la marcia con lui qualche tempo dopo. Un guascone, non c’è che dire. Ma intelligente. Capace di gestire due partiti in uno: di lotta e di governo, uno movimentista, l’altro dialogante. Fino alla malattia, fino alla forzata marginalità politica, fino alla “nuova” Lega di Matteo Salvini che, piaccia o no, ha tradito il Bossi pensiero. Come l’hanno tradito, anche se in un altro modo, coloro i quali, in rotta di collisione con la linea salviniana che sfugge la questione settentrionale, hanno cercato di strumentalizzare la figura del Senatur, fino a fargli dire ciò che mai avrebbe voluto e nemmeno pensato di dire.

Ci piace ricordarlo nella sua fotografia più emblematica: in canottiera a una finestra di un hotel di Porto Cervo, segno di una vitalità e di una sfacciataggine che era comunque la sua potenza immaginifica verso la gente. E ci fa male ricordarlo nell’ultima intervista della sua carriera, concessa a chi scrive, nella quale fiaccato nel fisico, ma non nello spirito, si lamentava di come Salvini stava gestendo la Lega. Quella Lega che Bossi Umberto da Cassano Magnago inventò un giorno nella stupenda, straordinaria illusione di cambiare il mondo.

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bossi lega illusione – MALPENSA24

 

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