Baff sugli sci, la pista Stelvio e Rocca: «Fondamentale imparare dalla sconfitta»

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BUSTO ARSIZIO – «Tutto è possibile. Ma devi seguire la tua passione, con la capacità di avere una grande motivazione»: ieri, mercoledì 25 marzo, alla Sala Tramogge dei Molini Marzoli di Busto Arsizio l’ex campione mondiale di sci alpino Giorgio Rocca ha risposto alle domande dei giornalisti Flavio Vanetti e Pamela Lainati, a partire da valore della Coppa del Mondo e delle Olimpiadi a che cosa si prova in gara all’alzarsi del cancelletto e come si gestisce una vittoria o una sconfitta.
Un evento voluto dall’assessorato allo Sport guidato dal vicesindaco Luca Folegani – era presente anche il sindaco Emanuele Antonelli – e organizzato in collaborazione con la sezione locale del Cai, che ha visto la proiezione, nell’ambito del Baff, del documentario “Il mito della pista Stelvio e l’emozione dello sport olimpico” firmato da Ciro Tomaiuoli (ex studente Icma), dal presidente del Festival Gabriele Tosi e da Piermarco Gerosa, sotto l’egida di Cactus Production.

Il coronamento di ogni carriera sportiva

«Una Coppa del Mondo ti identifica di più come leader di quella specialità. Poi, se vinci un po’ di gare, è meglio – ha osservato Rocca – ma il coronamento di qualsiasi carriera sportiva è avere anche una medaglia olimpica. Perché è un appuntamento particolare in cui si respira un’aria più aperta, in cui si confronta con Paesi che, magari meno fortunati, non sempre si vedono gareggiare. Sentii molto di meno le mie prime Olimpiadi a Salt Lake City, lontano dalla mia terra; in Italia hanno un sapore molto diverso, che quest’anno ho respirato nuovamente. Nel 2006 ero arrivato dopo aver vinto cinque gare e, con una stagione così, tutti si aspettavano che potessi vincere. Anche se poi le cose non sono andate bene ho ricevuto molto affetto, l’affetto di quelle persone che sanno che ce l’hai messa tutta».

Gli avversari non aspettano

Per l’atleta l’elaborazione della sconfitta è la cosa più importante, «la prima da imparare – così Rocca – ero già abituato dai tempi delle competizioni giovanili, dove succede molto spesso. Se non hai un carattere tenace e se non sai riprenderti è molto difficile. In caso di vittoria sono felice, ma so anche che si esaurisce tutto in quella giornata, perché gli avversari non aspettano. Anzi, oggi la concorrenza è peggiore di vent’anni fa». Interrogato da Vanetti sull’eventualità, in caso di vittoria, che potesse diventare il nuovo Tomba, il campione ha risposto: «Ho iniziato tardi ad andare forte e ho un carattere più timido e pacato rispetto ad “Albertone”, che è il migliore comunicatore della storia. Ma sono abbastanza contento di quel che ho avuto. Gli insuccessi mi hanno dato più motivazione nel post-carriera, ho più entusiasmo: tutti i giorni devo mettermi in gioco e lottare».

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Una vita di rinunce volute

«Non ci sono rimorsi: con i se e con i ma si fa fatica a vivere. So che in quel momento della mia carriera ho fatto tutto quello che potevo; magari avrei fatto scelte diverse per la gestione della mia vita privata o nel rapporto con gli allenatori. Tutti dobbiamo imparare che passare quei momenti difficili aiuta il tuo carattere».
Come ha aggiunto Rocca rispondendo a Lainati sul sacrificio e la dedizione richiesti, che emergono dal suo libro “Slalom” e non sempre vengono colti all’esterno, «la vita di un atleta è fatta di rinunce volute. Più fai una vita regolare e più possibilità ci saranno in seguito di non avere rimorsi di coscienza. C’è un tempo per tutto: sapevo che dopo il periodo delle gare avrei potuto fare ciò che volevo».

Giovani: «Manca la “fame”»

Quanto ai giovani, «adesso c’è molta più fatica per emergere. Oltre agli importanti investimenti necessari c’è spesso un’esasperazione dell’agonismo fino all’età di quindici-sedici anni, quando nei genitori sorge la paura, per i figli, che rischino di non ottenere una carriera dignitosa e poi si ritrovino anche non formati culturalmente.
A parte questo, ho visto che in Svizzera i ragazzi oltre allo sci praticano altri sport legati al mondo dello scivolamento: essere multidisciplinari, e non specializzati in modo troppo radicato, aiuta. Però vedo che manca la “fame”, anche nelle scuole nazionali. Un punto di riferimento può arrivare da figure come Lindsey Vonn o Dorina Vaccaroni: «È giusto che vadano avanti finché nel cuore hanno voglia di mettersi in gioco. Non dobbiamo trovare giustificazioni per ciò che hanno fatto, ma guardare a quel che ci insegnano: lo sport dimostra che volere è potere».

«Un banco di prova per tutti»

Come ha raccontato Tosi, il documentario sulla pista Stelvio è nato in seguito alla realizzazione, nei luoghi circostanti, di un cortometraggio ispirato da un racconto di Dino Buzzati e apprezzato a tal punto dal sindaco di Bormio, da dare sostegno al progetto in occasione dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026. Creato insieme a Ciro Tomaiuoli, ex studente dell’Istituto Antonioni – «i ragazzi crescono» – e Gerosa, il film racconta attraverso tante testimonianze, dai fondatori Aldo Anzi e Oreste Peccedi a Debora Compagnoni, Gustav Thöni e Primin Zurbriggen quella che viene chiamata “La Scala degli sport invernali”.
Un viaggio suddiviso in cinque capitoli – il battesimo nel 1985, gli eroi azzurri, la consacrazione e la comunità di montagna, il grande coraggio e le grandi cadute – in un luogo dove si può “volare” a 140 chilometri all’ora. Lunga 3250 metri e con un un dislivello di 1010, dieci oltre il limite previsto dalla federazione che comunque ha accettato che non potesse essere costruita altrove, tra pericoli di ghiaccio, pendio e ondulazioni, è una delle piste più difficili al mondo. Tanto da essere considerata «un banco di prova per tutti» e «un simbolo».

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