Andrea Scanzi a Gallarate racconta l’Italia «anti-antifascista» di Giorgia Meloni

GALLARATE – Satira. Di satira ce n’è tantissima: è intelligente, schierata, spietata. Ci sono omaggi ai grandissimi del mondo della musica e della letteratura, fino agli intellettuali moderni più raffinati. Che vengono messi a confronto – è un tentativo, ça va sans dire – ai nuovi personaggi diventati non solo i riferimenti della destra italiana, ma un modello per chi oggi sposa questo governo. Andrea Scanzi è brutale, non fa prigionieri. Non li fa mai, in effetti. E ieri sera, 28 maggio, al Teatro Condominio di Gallarate lo ha dimostrato per l’ennesima volta con La sciagura, il monologo (tanto) politico che dal 2024 lo porta sui palchi di tutto il Paese. Parla di Giorgia Meloni e del centrodestra (centrodestra-destra). Parla di ministri ed esponenti di governo, puntualmente bacchettati dalla lingua affilata del giornalista del Fatto Quotidiano. Affronta il tema della Remigrazione («La versione light della deportazione»). Poi analizza quei continui richiami al ventennio fascista, parassitario sentimento che con fatica si prova ad estirpare.

La destra diventa cornice. La visione di Giorgia

Scanzi ha fatto lo Scanzi, senza maschere e senza filtri. Sale sul palco e accoglie gli applausi. Gli fanno da cornice i volti delle alte cariche di governo e delle principali figure di centrodestra. Tutte rigorosamente in versione meme, con baffi, occhiali da sole, berretti. E via. Ci sono Ignazio La Russa, Matteo Salvini e Vittorio Sgarbi. E ci sono Italo Bocchino, Daniela Santanché e Carlo Nordio. Ma anche Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli. Centrale, lei: Giorgia Meloni. Quindi, la domanda che apre lo spettacolo: «Ma come siamo finiti dove siamo adesso?».

Una critica politica che segue un percorso piramidale, partendo dal vertice. La premier, leader indiscussa di Fratelli d’Italia, è la prima a ricevere la graffiata di Scanzi. Che non lo nega, ci mancherebbe: «È scaltra». Con un consenso che «sta scendendo, ma nemmeno molto, considerato i disastri che sta facendo». Cullato dalla musica di Mozart in sottofondo, racconta la «visione politica di Giorgia», elencando i nomi – stelle polari – che vanno a formare il «pantheon» della presidente del consiglio. Fra gli altri: Giorgio Almirante, Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi, Viktor Orbán, Javier Milei, Donald Trump. La base, insomma, della carriera politica della premier, la guida del governo più destrorso degli ultimi ottant’anni. E qui si apre un capitolo a parte. Quello delle ideologie, sempre molto contestate, che sembrano annaffiare il fiore appassito del ventennio: perché Giorgia Meloni non ha mai detto di essere antifascista? «Semplice: perché non lo è».

«E provo schifo e paura»

Scanzi ha fatto riferimento a un episodio del 1996, una giovanissima Meloni rilascia un’intervista a un’emittente francese. E racconta Mussolini: «Un buon politico», diceva la Giorgia allora militante di Alleanza Nazionale. «Tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per l’Italia. E non ci sono stati altri politici come lui negli ultimi 50 anni». Ecco, Scanzi parte da lì per descrivere il governo di oggi, «dove – ha puntualizzato – le due principali cariche dello Stato (Meloni e La Russa, ndr) non riescono a dire di essere antifasciste». Anzi, apertamente rigettano questo tipo di posizione. Tanto che Scanzi parla di «anti-antifascismo». È una situazione che non si è mai vista prima, «nemmeno quando c’era Berlusconi». Ciò non vuol dire che oggi la premier rivendichi personalmente quel tipo di ideologia per se stessa («Non è fascista, certamente non come quando a 19 anni parlava di Mussolini»), ma è ormai acclarato che, ora, fra le forze di governo esistano personaggi che invece manifestano nostalgie – sì, in quel senso – ben più marcate. «E provo schifo e paura».

Sfila la destra

Il giornalista del Fatto offre momenti di vivace satira, quella che strappa applausi e risate al pubblico. E li alterna a passaggi più riflessivi, che invitano ad approfondire la politica dei vertici. Racconta le sue comparse in tv, come opinionista, e i confronti con gli esponenti di destra («A me tocca sempre Bocchino»). E poi via con le frecciate in salsa veleno. Donzelli, «con quella vocina fastidiosa e gracchiante: lo guardo e rimpiango Gasparri». Tajani, «incontenibile: sono mesi che è in forma pazzesca». Lollobrigida, «tutti sembrano peggio di lui: pensate voi». Giuli, «la supercazzola con il look da sbirulino: da dove viene? Dal Settecento?». E poi il generale Vannacci, «nel bar sport tutti sono in linea con lui, ha un modo di pensare che assomiglia a un rutto. E questo rassicura molti elettori».

Remigrazione in versione light

Tra gli ideali della destra italiana – e non solo – c’è quello della remigrazione, che ha preso forma per la prima volta proprio nelle sale del Condominio di Gallarate con il convegno dell’ultradestra europea. Si tratta della «versione light della deportazione», le parole di Scanzi. Guarda il video:

«Mi informo, mi indigno, resisto»

Quindi, l’ultimo passaggio: il 2027. Si pensa alle elezioni. Si pensa al governo, quello di oggi e quello che sarà. Si pensa alla politica, che «è sangue e merda, arte del compromesso». Ed è qui che deve prendere forma un nuovo entusiasmo, che oggi non c’è. Non c’è più. «Altri cinque anni di Meloni non li posso sopportare», dice. E cosa fare? Dietro Scanzi c’è un’immagine: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli. «Secondo me oggi l’alternativa è il campo largo. Attenzione: non larghissimo. Vuol dire via Matteo Renzi e Carlo Calenda». Una soluzione che non è una soluzione, per il semplice fatto che una soluzione non c’è mai. E impuntarsi su ciò che non va, fare gli schizzinosi, rigettare ogni proposta, certamente non aiuta.
Serve qualcosa a cui aggrapparsi, quindi, anche solo per riaccendere lo slancio che – comprensibilmente – si sta addormentando: «Siamo stanchi, menefreghisti, non manifestiamo più. Cosa succede all’Italia?». Bene, allora le vie sono due. La prima: «Il disimpegno. Esiste il privato, perché il pubblico è una delusione». E poi c’è l’altra strada, che è «pericolosa, di montagna». Ed strutturata in tre fasi, tre stazioni di servizio: «Mi informo, mi indigno, resisto. E quindi reagisco». Applauso.

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