Giustizia giusta, giustizia così così

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Attorno alla valanga di assoluzioni nel secondo filone processuale dell’inchiesta Mensa dei poveri abbiamo tutti già avuto modo di commentare il “tanto rumore per nulla” giudiziario. Ma ora che sono state rese note le motivazioni della sentenza di gennaio ci sarebbe (c’è) molto altro da dire. Per una ragione principale: non è stato possibile per la Corte milanese confermare in Appello le condanne del primo grado per l’assoluta mancanza di prove. Così è scritto: nulla che possa accertare la colpevolezza degli illustri politici e degli altri finiti alla sbarra, come invece fecero i giudici del primo grado.

Cos’è cambiato nel breve volgere di un paio d’anni, dalle sentenze del 2023 a quelle di sei mesi fa, non è di facile acquisizione. Bisognerebbe avere voglia di approfondire le centinaia di pagine che sostengono i due opposti provvedimenti per farsi un’idea di cosa sia nel frattempo intervenuto. Ma non è questo che ci interessa sottolineare. Caso mai l’accento andrebbe posto su una giustizia che nel nostro Paese continua a suscitare perplessità. Sia inteso, non stiamo dicendo che l’Appello per gli imputati di Mensa dei poveri mai avrebbe dovuto riformare le orginarie decisioni: i tre gradi di giudizio del nostro ordinamento servono proprio a garanzia e a tutela degli imputati, per scovare errori nelle procedure e, se del caso, aggiustare eventuali forzature nell’accertamento della verità. Che rimane pur sempre processuale.

Il problema si pone anche e soprattutto a monte dei processi, come nel caso di Mensa dei poveri. Inchiesta che fece giustamente rumore, non solo mediatico, che pose una pesante ipoteca sull’immagine (e non solo) delle persone coinvolte, per poi finire dopo ben sette anni nel più clamoroso nulla di fatto. Il punto riguarda innanzitutto le indagini, cioè la loro affidabilità nel merito e nelle conseguenze private e pubbliche. Qui si apre un ampio discorso, mai affrontato a sufficienza. Il 17 giugno era l’anniversario dell’arresto nel 1983 di Enzo Tortora, il più clamoroso svarione giudiziario della storia recente. Una data difficile da dimenticare per la sua eclatante risonanza, per il protagonista di un’indagine che si basava su chiamate di correo assolutamente improbabili e su una serie di suggestioni dei pubblici accusatori che rovinarono la vita e la reputazione del grande giornalista, bollato come trafficante di droga.

Un caso, non certo l’unico. Vogliamo parlare di Garlasco? Certo, c’è una sentenza definitiva contro Alberto Stasi, che arriva però dopo due altre sentenze di assoluzione. Qualcosa non va, anche alla luce delle nuove inchieste recentemente aperte, nella storia giudiziaria per l’omicidio della povera Chiara Poggi: chi può smentirlo? E di indagini sballate, fors’anche pasticciate, possiamo parlare, per restare in provincia di Varese, per Stefano Binda, accusato dell’omicidio di Lidia Macchi, condannato in primo grado all’ergastolo e successivamente assolto con formula piena dopo una carcerazione di quasi 4 anni.

Episodi in mezzo a tanti altri che denunciano quanto meno insuffcienza e mettono un colossale punto interrogativo sulla credibilità della giustizia, che il governo avrebbe inteso migliorare con il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, benché nella pratica non avrebbe modificato nulla rispetto ai contenuti e allo svolgimento di indagini e processi. Però hanno provato a farcelo credere. In conclusione, pensatela come vi pare, ma bisognerebbe proprio restare lontano dalle aule dei tribunali, evitando di finire intrappolati nel ginepraio della giustizia. Scontata semplificazione del problema? Può essere, se non fosse l’osservazione che ci arriva da un autorevole addetto ai lavori, che quella “macchina” la conosce bene dal di dentro. E per questo sa che cosa dice.

Mensa dei Poveri, le motivazioni delle assoluzioni in Appello: «Nessuna prova»

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