VARESE – «La paternità negata. E’ questo il fuoco di quanto accaduto». L’avvocato Elio Giannangeli individua qui il “movente” dell’omicidio di Fabio Limido e del tentato omicidio di Lavinia Limido entrambi consumati per mano di Marco Manfrinati, di cui Giannangeli è il difensore, il 6 maggio 2024 in via Menotti a Varese.
Il giorno della difesa
E oggi, venerdì 17 luglio, davanti alla Corte d’Assise presieduta da Andrea Crema (Stefania Brusa e i giudici popolari a latere) è stato il giorno della difesa. Per Manfrinati, arrestato in flagranza di reato, il pubblico ministero il pubblico ministeri Maria Claudia Contini ha già chiesto, insieme all’avvocato di parte civile Fabio Ambrosetti, la condanna all’ergastolo. E oggi l’avvocato Giannangeli ha discusso, per oltre due ore, proprio in merito alla quantificazione della pena dato che sulla responsabilità di Manfrinati nell’accaduto – lo dimostrano un video e l’arresto in flagranza – non sussistono dubbi.
La paternità negata
La difesa, però, si è battuta non solo sul fronte delle quattro aggravanti contestate – stalking, crudeltà, premeditazione e minorata difesa – ma ha ridisegnato il contesto entro il quale la mattanza di via Menotti è maturata. E se per l’accusa Lavinia fuggì con il figlio piccolo da un contesto famigliare fatto di violenze psicologiche e paura per salvarsi con Manfrinati diventato stalker nei confronti non solo dell’ex moglie ma di tutta l’intera famiglia Limido-Criscuolo individuando negli atti persecutori – confermati da due sentenze di condanna per l’ex avvocato bustocco – il preludio all’aggressione all’arma bianca che ha ucciso l’ex suocero del quarantenne e ridotto in fin di vita l’ex moglie, per la difesa tutto si colloca nell’alveo della paternità negata all’ex avvocato.
La strategia paramilitare di madre e figlia
Negata, sempre per il difensore, non per ragioni oggettive ma per «vendetta e annientamento nei confronti di Marco» con madre, Marta Criscuolo, e figlia, Lavinia, che avrebbero messo in atto una «strategia paramilitare e organizzata» per impedire al padre di stare con il figlio «nonostante Lavinia, ce lo dicono i messaggi, ammettesse che il bambino con lui stava bene ed era felice». Una strategia che avrebbe visto le due donne far scattare una denuncia per maltrattamenti – poi archiviata – «impedire gli incontri» simulando «malanni per il bambino» e arrivando a presentare «una denuncia per il danneggiamento del cancello di casa Limido avvenuto in realtà due mesi prima e non ad opera del mio assistito che è stato infatti assolto» per giustificare l’allontanamento di Lavinia con il figlio in occasione del Natale 2022, impedendo così al padre di trascorrere con lui il tempo al quale aveva diritto. «Non sono mai stati i giudici a tenere padre e figlio lontani. Lavinia non ha mai avuto paura di Manfrinati, c’era una sorta di insofferenza, ma non certo la paura, e ce lo dicono i suoi messaggi, di una donna maltrattata e in pericolo».
Le aggravanti
Giannangeli ha parlato di piano per far crollare il 40enne in modo da poter gestire il bambino autonomamente. «Poter gestire il tempo da passare con il figlio al 50% per uno – ha detto il difensore – E’ tutto quello che Marco ha sempre chiesto dall’inizio della vicenda». Giannageli si è poi concentrato sulle aggravanti. Negando quella di stalking «perché non c’è continuazione tra gli atti persecutori e l’omicidio. Gli atti persecutori si interrompono infatti per sei mesi. E perché? Perché Manfronati ha riversato ogni speranza di poter recuperare una quotidianità con il figlio con la Ctu in sede civile (si parla di separazione). Era convinto che l’esito positivo della Ctu sarebbe di certo arrivato e allora si prepara alla sua vita con il bambino, affitta casa vicino a Varese, la prepara per accogliere il figlio. E arriviamo al 6 maggio 2024. La Ctu non ha avuto esito positivo stabilendo che Manfrinati non avrebbe potuto trascorrere liberamente del tempo con il bambino sino all’esito del procedimento penale per stalking. L’impedimento alla quotidianità con il figlio che è la sua sola ragione di vita è senza data. Manfrinati non lo realizza subito, sino alle 8.50 del 6 maggio si informa online per acquistare un seggiolino per auto per il bimbo, è in vetta. Poi realizza, quello è l’evento trigger, e scivola a valle. Lo dimostrano una serie di telefonate scomposte sino alla decisione, d’impeto, di agire».
E qui Giannangeli esclude anche la premeditazione parlando, al massimo, di preordinazione. Non ci fu un piano preordinato, in due ore Manfrinati è passato dalla “vetta” alla “valle” mettendo in atto un’azione «pasticciata, non organizzata», ha detto Giannangeli non limitandosi solo a sottolineare il breve piano temporale intercorso tra la vetta e la caduta, ma rilevando anche che «non ha mai pensato a Fabio Limido. Con Limido, arrivato per soccorrere la figlia, c’è stata una colluttazione durante la quale Manfrinati ha sfogato tutto se stesso. Lo avrebbe fatto con qualunque cosa gli fosse capitata davanti».
Le attenuanti
Il difensore ha quindi chiesto, seppur indirettamente, la non condanna all’ergastolo con l’esclusione delle quattro aggravanti e il riconoscimento di tre attenuanti, la semi infermità, il fatto ingiusto altrui – ovvero la provocazione riferendosi alla presunta strategia di madre e figlia per non fargli vedere il figlio per vendetta – e le attenuanti generiche chiedendo una pena entro i limiti di legge «per dare un messaggio di giustizia per ciò che è accaduto nella vita di due persone. Al netto di tutto l’odio».
