NOVARA – È un giorno importantissimo per la Radici Chimica di Novara. Questa mattina, alle 10, è in programma l’atteso incontro in Confindustria tra le delegazioni sindacali e la proprietà. Contemporaneamente, la crisi del sito industriale sbarcherà in Consiglio Comunale, dove sono all’ordine del giorno le mozioni presentate dai partiti.
Abbiamo fatto il punto con Maurizio Nieli, segretario provinciale dell’UGL Chimici (seconda sigla per iscritti in azienda con due rappresentanti RSU), dipendente storico dello stabilimento e consigliere comunale di Futuro Nazionale.
Segretario Nieli, partiamo dai numeri: 140 esuberi e la chiusura di cinque reparti. È lo scenario peggiore?
«È quello che temevamo e che, come UGL Chimici, avevamo denunciato da tempo nel silenzio generale. Purtroppo si è avverato. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno, ma della cronaca di un disastro annunciato».
«Da parecchi anni segnaliamo la totale mancanza di turnover, con la conseguente perdita di competenze competitive, e investimenti mirati che non hanno mai trovato un riscontro concreto dalla vecchia proprietà. Oggi assistiamo al solito, triste spettacolo in cui a pagare il prezzo più alto sono sempre i lavoratori.»
Nelle vostre comunicazioni non risparmiate critiche né alla precedente gestione né alla nuova proprietà. Quali sono le responsabilità?
«Bisogna dire le cose come stanno, senza giri di parole. La vecchia proprietà di Radici Chimica ci ha letteralmente abbandonati: ha venduto al fondo Star pensando unicamente al profitto economico, disinteressandosi del futuro di chi, con sacrifici e lavoro, ha costruito la fortuna di quell’azienda».
«Dal canto suo, il fondo di investimento Star si sta dimostrando per quello che è: un soggetto guidato solo da freddi calcoli finanziari, privo di responsabilità sociale o correttezza morale nei confronti delle famiglie e del territorio novarese. Ma noi non siamo numeri su un foglio di bilancio. Siamo persone, storie, professionalità.»
Alle 10:00 di questa mattina c’è il tavolo in Confindustria. Con quale mandato e con quale strategia vi presentate all’incontro?
«Davanti a questo muro di ipocrisia e speculazione, l’unica via d’uscita è una lotta sindacale dura, coesa e determinata. I tavoli delle trattative si vincono prima di tutto fuori dai cancelli, dimostrando la nostra forza. Abbiamo bisogno della massima compattezza. Per costringere la proprietà e il fondo a scendere a compromessi concreti, dobbiamo muoverci come un blocco unico. Se pensavano di trovare un gruppo frammentato e rassegnato, hanno fatto male i loro calcoli. Rifiuteremo qualsiasi decisione unilaterale calata dall’alto.»
Quali sono le richieste e gli strumenti concreti che metterete sul tavolo per limitare l’impatto sociale di questa ristrutturazione?
«La proposta che come UGL sosterremo è innanzitutto quella della attivazione di ammortizzatori sociali adeguati, a partire dalla cassa integrazione straordinaria per tutelare il reddito di tutti i lavoratori coinvolti. Poi, accordi seri per gli esodi, che garantiscano tutele reali, scivoli e tassi di incentivo dignitosi per chi sarà costretto a lasciare».
«Parliamo di un sito industriale sottoposto alla legge Seveso, un impianto complesso e delicato. Io, come tanti altri colleghi, sono in questa azienda da tantissimi anni: se c’è la volontà di salvare i lavoratori più giovani, basterebbe utilizzare tutti gli strumenti a disposizione, compresa l’isopensione. Questo è esattamente ciò che pretenderemo nell’incontro in Confindustria.»
Poche ore dopo il tavolo sindacale, la discussione si sposterà nell’aula del Consiglio Comunale con le mozioni sulla crisi. Cosa si aspetta dalla politica locale, anche nel suo ruolo di consigliere di Futuro Nazionale?
«La politica non può restare a guardare di fronte a questa nuova grave crisi industriale. In Consiglio Comunale chiederemo impegni chiari e una presa di posizione forte a sostegno dei lavoratori e del territorio».
«Le istituzioni devono far sentire la propria voce e fare pressione affinché la dirigenza si assuma le proprie responsabilità industriali e morali. La città non può permettersi di perdere questo patrimonio produttivo e sociale, e faremo valere questo principio in ogni sede.»
