Dall’Africa alla Siberia: Varese Archeofilm, le tradizioni che rischiano di scomparire

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VARESE – Si è aperta con un toro, e il suo sacrificio, e si è conclusa con un altro, che invece si inginocchia, mostrati nei rispettivi documentari sui riti Masai e sulla festa della Madonna della Neve a Bacugno, la seconda serata di ieri, giovedì 10 settembre, di Varese Archeofilm. Nel mezzo la storia degli sciamani del popolo Nya o Nganasan, che nel nord della Siberia fanno da tramite tra il mondo dei vivi e dei morti.
Un appuntamento, quello condotto da Marco Castiglioni e dalla giornalista di Archeologia Viva Giulia Pruneti, incentrato sulle culture e tradizioni ancestrali che ancora sopravvivono, che ha avuto come ospiti il regista Nicolò Bongiorno, l’antropologo Enrico Longarini e i musicisti della Ballafon Percussion Band guidata da Antonio Testa e coordinata da Giorgia Marzano; in platea gli assessori Guido Malerba ed Enzo Laforgia, che ha introdotto il festival.

Guerrieri, sciamani e il battito della foresta

In Africa, nel corso della cerimonia Eunoto, che si tiene al confine tra Kenya e Tanzania, i giovani Masai abbandonano il ruolo di guerrieri, spesso rappresentato da lunghi capelli color ocra, per entrare attraverso varie fasi, che vanno dalle danze alla cattura dell’“Olotuno” e culminano nella rasatura del capo, nel gruppo degli anziani. Un rito che dovrebbe svolgersi ogni quattordici anni, ma che è stato adattato nei suoi tempi e termini, perché cultura osteggiata dalle autorità.


Sono a rischio di scomparsa anche gli sciamani dei Nya, cacciatori della tundra. Dichiarati dai sovietici “nemici del popolo” e in seguito forzati, insieme alla loro gente, ad abbandonare la vita nomade per concentrarsi in villaggi. Il documentario ha ritratto il cammino intrapreso da Lionya per assumere questo ruolo, già dei suoi potenti avi: una ricerca in cui arriva a violare il massimo tabù, raggiungere le slitte dove i Nganasan lasciano i loro morti, per poter consultare le spoglie del padre.
È necessario ricordare agli uomini – questo il monito del racconto letto da Marzano in apertura dell’emozionante performance della Ballafon Percussion Band – che «il battito che hanno nel petto non appartiene a loro ma è un prestito che la grande foresta dà, a ogni singolo respiro».

Il mosaico rovinato

«Si tratta di culture che stanno scomparendo – ha sottolineato Castiglioni parlando dell’aiuto che sta ricevendo da Longarini nel cercare di narrare in nuovi modi il patrimonio raccolto dal padre Angelo e dallo zio Alfredo – ed è una grande perdita per l’umanità. È come se venisse a mancare la parte di un mosaico».
«Oggi parlare di Africa è anche piuttosto problematico – ha aggiunto l’antropologo, in questo momento impegnato in un dottorato di ricerca in Geografia culturale all’Università dell’Insubria – anche perché molti musei europei portano l’eredità del colonialismo: promuovere l’incontro e la conoscenza è un obbligo morale». Quanto ai riti di passaggio, «tutte le società non sono immobili ma comportano cambiamenti di status che possono anche essere traumatici. Vengono così create delle cerimonie che possano ammortizzarli».


Per Bongiorno, che nel suo lavoro ha trattato anche il tema dello sciamanesimo, si tratta di «una dimensione umana che si trasforma e interagisce con il nostro presente. Si percepisce inoltre il differente approccio temporale, sopratutto nel caso del secondo documentario, in cui emerge la cultura siberiana ma anche lo stile della scuola di cinema sovietica». Di Longarini, che ne è consulente scientifico, il regista ha messo in risalto «il continuo dialogo, che è sempre di grande ispirazione per i miei film». A questo riguardo tra le fonti c’è stato Angelo Castiglioni stesso, per il progetto che Bongiorno sta seguendo ora in Eritrea: «“Ingaggiante”, come si dice adesso, nonostante le difficoltà logistiche».

Sacro e profano

«Lo sciamano è sì una figura di sostegno e autorità, ma non un semplice guaritore o leader. È un vero e proprio psicopompo, un accompagnatore di anime». Per Longarini è proprio questo che caratterizza una figura che – pur in modo così diversificato – si trova in Amazzonia come in Siberia. Un soggetto che, per alleviare il malessere di una comunità, compie un viaggio mistico in cui si distacca dallo sua identità, dal suo ego, per mettersi in connessione tra due mondi, quello dei vivi e quello dei morti».
A questa riflessioni fa eco quella da Bacugno per il suo toro inginocchiato: «Ci siamo sempre affidati a qualcosa di segreto, di nascosto: sembra che sia tutto lì». Una tradizione tra sacro e profano, che in passato incontrò anche l’avversione della Chiesa, e di probabili origini etrusco-sabine, ma nemmeno gli abitanti sanno quando sia iniziata; in cui «non devi tramandare te stesso, ma quello che ti hanno tramandato».
«Mentre i Masai sono stati limitati dallo loro stesso governo – così Castiglioni – in Italia hanno trovato modo di convivere culture differenti». Il vero interrogativo che lascia “Il toro e la Madonna” è come sia riuscito a sopravvivere il rito, qual è il suo reale legame con la popolazione locale perché la cerimonia, a differenza di altri luoghi, è rimasta uguale nel suo intero schema: «Le madonne e i tori li trovi in tutta Italia, ma non quello che succede qui».

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