VARESE – «Il passato è fragile. Per esempio ci sono fratture trovate all’interno delle tombe che non sono sanabili»: a ricordarlo ieri, mercoledì 9 settembre, in una Sala Montanari gremita, tanto che diversi spettatori hanno assistito in piedi, è stata Silvana Cincotti, storica dell’arte, ospite della serata insieme a Livio Sacco, presidente di Geser (Gruppo Egittologico Studi e Ricerche). Il primo appuntamento con i documentari di Varese Archeofilm è stato nel segno di due regine: Nefertari, per l’antico Egitto, e la leggendaria Himiko, per il Giappone.
Un impatto incommensurabile sulla storia
Come ha spiegato Marco Castiglioni, «il primo documentario non è stato scelto a caso, ma per chiudere un ciclo». Nel museo da lui diretto, e intitolato agli archeologi varesini Angelo e Alfredo, presto si aprirà la mostra “Antica Intelligenza” che andrà a sostituire quella appena terminata su Nefertari: come dimostra il filmato a lei dedicato con Curtis Ryan Woodside, e con i celebri egittologi Zahi Hawass e Sofia Aziz, fu una delle regine più amate d’Egitto e una delle poche in grado di instaurare una corrispondenza diplomatica, che tenne con il regno hittita: una figura che ha avuto un impatto incommensurabile sulla storia, tanto da assumere un ruolo di coreggente in assenza del marito Ramses II.
L’idea della sala da riprodurre
Cincotti, che insieme a Donatella Avanzo ha fornito la consulenza scientifica per la riproduzione di una sala della tomba della sovrana, ha raccontato che «si trattava di un’idea pregressa, nata quando venimmo a sapere della sua chiusura al pubblico, per evitare che fosse danneggiata dall’affluenza dei turisti. L’opera è stata realizzata dalla Fabbrica della Scienza di Jesolo con una tecnica particolare: una parete di quarzo sminuzzato su cui sono state applicate le fotografie, naturalmente stampate in modo speciale, in modo da non generare quella che è la normale aderenza. La scelta di che cosa ricostruire della tomba di Nefertari, dove sono stati rinvenuti anche dei cosmetici, è caduta sul “primo annesso laterale”: «Un ambiente unico, che fosse anche riproducibile, confezionabile. Ed era anche estremamente interessante dal punto di vista religioso».
«La più bella» nei geroglifici
«L’ho trasformato in un laboratorio di filologia per i miei studenti», ha rivelato Sacco, un’esperienza quasi trentennale nell’insegnamento dei geroglifici, ora condotto anche con corsi online, che «si leggono da destra a sinistra e dall’alto in basso. Il cartiglio viene poi trasposto, per convenzione internazionale, in un registro orizzontale». Di Nefertari si legge che è «colei che è amata dalla dea Mut» e «colei che è relativa alla bellezza», cioè la più bella, nonché «giusta di voce» durante la psicostasia, cioè la pesatura dell’anima nell’aldilà.
Cincotti sta ora lavorando a una grande mostra a Jesolo che riunisca i tre ambienti finora riprodotti; si è parlato, riguardo alle attrazioni future al Museo Castiglioni, di un possibile ritorno della tomba di Pashedu, abile artista che decorò l’ultima dimora della regina egizia.
Le tombe dei primi imperatori del Giappone
La seconda proiezione della serata ha mostrato l’indagine condotta da una squadra italo-nipponica di archeologi, e illustrata da Pasquale Petrella, sul misteriose tombe del periodo Kofun (dal terzo all’ottavo secolo d.C.) in Giappone, caratterizzate da una forma a serratura di porta e pressoché sconosciute al mondo occidentale, anche a causa della volontà delle autorità di mantenerle non accessibili al pubblico, perché si ritiene che vi siano sepolti diversi antenati della famiglia reale.
La loro funzione era soprattutto rappresentare storia e forza di ogni singolo regno: sono considerati un fattore chiave per gettare luce su molte domande irrisolte di un passato ancora poco approfondito, dalla storia della leggendaria regina Himiko e del regno Yamatai ai primi imperatori del Giappone e quali relazioni fossero tenute nell’antichità con la vicina Corea.
Le figure haniwa
Inizialmente diffusi nella parte occidentale dell’arcipelago, le tombe kofun si sono poi sviluppate grandemente in quella centrale, nella zona delle piane di Okayama e Nara, per assurgere in epoche successive punti di sepoltura anche per la popolazione circostante. A delimitare il loro perimetro venivano spesso poste i cilindri di terracotta haniwa dalle forme antropomorfe o zoomorfe.
Con l’avvento dell’imperatore Shotoku Taishi e la diffusione del buddhismo persero la loro importanza, assumendo la forma circolare o quadrangolare di “mound” e venendo realizzati in luoghi più nascosti. Il documentario, che si è concentrato in particolare sul kofun Tobiotsuka vicino a Okayama, è stata anche una della prime occasioni in cui le autorità nipponiche hanno concesso l’apertura di questi siti e lascia ben sperare per la rinascita di una curiosità scientifica sul tema.

Oggi la rassegna prosegue con proiezioni sui riti ancestrali e l’esibizione della Ballafon Percussion Band.
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