BUSTO ARSIZIO – Dall’SOS Arena, lanciato lo scorso 6 settembre attraverso le parole del direttore generale Mattia Moro, all’SOS Uyba: è il nuovo grido d’allarme (e forse di sopravvivenza) che arriva dopo il crollo di una parte del tetto del foyer della e-work Arena di Busto, dove lunedì sono in programma ispezioni tecnico-strutturali per fare maggiore chiarezza sull’entità dei danni, sulle tempistiche degli interventi e, di conseguenza, sulle verifiche tecniche di agibilità dell’impianto. Impianto che al momento – inutile quasi a dirsi – resta per ovvie ragioni di sicurezza inutilizzabile in ogni sua parte.
Un crollo che – diciamolo senza troppi giri di parole – avrebbe potuto avere conseguenze gravissime: basti pensare che appena una settimana prima, proprio in quella zona, erano presenti alcuni stand e che, durante le partite della Uyba, negli spazi destinati a bar, merchandising e attività commerciali, transitano centinaia di persone, famiglie e bambini.
Il campionato si avvicina
A meno di un mese dall’inizio del campionato – ironia della sorte, le farfalle di Barbolini avrebbero dovuto giocare a Busto Arsizio tre delle prime quattro gare della regular season – la situazione in casa Uyba è surreale. La società sta cercando di affrontare e tamponare le emergenze più immediate, ma la sensazione è che il problema sia ormai molto più grande della semplice individuazione di un impianto alternativo. Perché qui non è in gioco soltanto la possibilità di disputare qualche partita lontano da casa. È in gioco la quotidianità di una società che, già faceva i salti mortali per cercare di far quadrare i conti con gli altissimi costi fissi di gestione del Palasport, e che ora si trova davanti a un’emergenza senza pari, destinata inevitabilmente ad avere ripercussioni logistiche, organizzative e soprattutto economiche. Costi aggiuntivi che, per una realtà come la Uyba, rischiano di diventare letteralmente insostenibili.
Non un’altra Manara…
E così la sensazione, inevitabile anche se ci auguriamo il contrario, è che Busto Arsizio rischi di ritrovarsi davanti a un’altra pagina nera dopo quella della piscina Manara. Perché il timore concreto è che la città non debba fare i conti soltanto con la chiusura a tempo indeterminato del proprio Palasport, così come già accaduto con la piscina (su cui adesso c’è almeno una data), ma possa addirittura rischiare di perdere le proprie farfalle, simbolo di quella squadra capace il 15 aprile del 2012 di regalare a Busto lo scudetto. Un rischio che va preso molto sul serio.
Basti tituli
Nel 2023 Busto Arsizio si fregiava del titolo di “Città Europea dello Sport“. Da allora sono però arrivate solo perdite e difficoltà: la rinuncia alla serie B della squadra di pallacanestro maschile, a neanche una settimana dalla meritata e festeggiata promozione; la scomparsa – dopo la chiusura della Piscina Manara – della squadra femminile di pallanuoto, che aveva persino portato il nome di Busto in serie A; l’esilio forzato – fra Legnano, Milano, Monza e pure Varedo – dell’ambiziosa formazione maschile di pallanuoto (che da due anni manca di fatto la promozione in B per questi disagi logistici); senza dimenticarci delle difficoltà del Busto Nuoto Sincro cui persino la Rai dedicò un servizio dall’eloquente titolo “campionesse senza piscina“. E poi c’è – non lo ricordiamo quasi più – la Futura Volley Giovani Busto Arsizio, “costretta” ormai da tempo a giocare le proprie gare casalinghe a Castellanza, lontano da Busto, dopo la mancata concessione della deroga sulla capienza minima del PalaSanLuigi richiesta dalla serie A di volley.
No polemiche, sì aiuti
Ma oggi non è il momento delle polemiche. È il momento di fare squadra e di correre tutti insieme (“Tutti insieme Busto”) in aiuto della Uyba. Perché la Uyba non è semplicemente una squadra di pallavolo. È una realtà che da vent’anni consecutivi porta il nome di Busto Arsizio nella massima serie del volley femminile italiano, in uno degli sport più seguiti e mediaticamente esposti del nostro Paese. E mantenerla a Busto significa tutelare non soltanto una società sportiva, ma anche un pezzo importante dell’identità della città.

La solidarietà, fortunatamente, non è mancata: è stata immediata.
Il Centro Pavesi della Fipav ha aperto le proprie porte (previo regolarizzazione del canone d’uso ovviamente) alla prima squadra biancorossa, che da lunedì si allenerà appunto a Milano, con Leana Grozer che si aggregherà a tutti gli effetti al gruppo di lavoro di coach Barbolini.
Varese – attraverso la nota congiunta fra il sindaco Davide Galimberti e il Ceo di Pallacanestro Varese Luis Scola – ha già offerto la propria disponibilità.
Così come Milano, Monza e Novara (e non solo…).
Quotidianità da reinventare
Ma il problema non si esaurisce nella ricerca di un impianto per disputare le gare di campionato, che paradossalmente oggi sembra il problema meno grave (seppur costoso) da affrontare.
C’è una quotidianità intera da ricostruire, anzi da reinventare. Quella della prima squadra, che per ovvie ragioni rappresenta la priorità per mantenere la categoria, ma anche quella del settore giovanile, che coinvolge circa 150 atlete e relative famiglie.
Il Comune di Busto Arsizio – che aveva già messo in preventivo il rifacimento del tetto – si è attivato da subito per recuperare spazi e orari nelle palestre cittadine, ma la situazione è già congestionata per natura.
Le prime stime
E poi ci sono – come già accennato sopra – tutte le altre pesanti ripercussioni: logistiche, strutturali, organizzative e soprattutto, economiche.
Conseguenze (e non abbiamo toccato il tema tifosi, abbonati, sponsor meeting, coaching…) che la Uyba deve affrontare nell’immediato: tra mancati introiti e costi aggiuntivi necessari per garantire la sola ordinaria attività, le prime stime parlano già di un disavanzo superiore ai 500mila euro.
Cifre che, se confermate, oltre a pesare sulla gestione corrente della Uyba (figuriamoci su quella sportiva, in caso di necessità di un intervento in corsa sul mercato), avrebbero inevitabili ricadute anche su quella successiva, con conseguenze che non osiamo nemmeno immaginare.
Soluzioni?
Trovare una soluzione nell’immediato, all’interno dei confini cittadini, non è semplice, anzi. Ma una città come Busto che legittimamente ambisce ad essere co-capoluogo di Provincia ha il dovere di crederci, provando tutte le strade percorribili.
Ma proprio per questo torna alla mente un’idea che Brera Holdings aveva valutato al momento del proprio ingresso in società, quando si cercava una soluzione per ridurre gli altissimi costi di gestione del Palasport, equivalenti quasi al 50% del bilancio annuo: costruire un’Arena secondaria. Una tensostruttura rappresentarebbe una possibilità concreta, realizzabile in tempi brevi e con costi, relativamente contenuti (ad Albizzate esiste un esempio virtuoso che dimostra come una soluzione di questo tipo possa funzionare).
Un’altra ipotesi potrebbe essere Malpensa Fiere. La struttura avrebbe gli spazi necessari, ma non è comunale e, soprattutto, presenta costi d’affitto che renderebbero l’utilizzo continuativo insostenibile.
Infine c’è l’imminente Palaginnastica che dispone anche di una palestra secondaria. Ma l’impianto – a meno di miracolose corse contro il tempo – non sarà pronto prima di gennaio: troppo tardi per risolvere l’emergenza immediata, considerando che in media le atlete di un club dei livelli della Uyba – dalla prima squadra alle giovanili – sono impegnate fra allenamenti e partite almeno sei giorni su sette, se non addirittura sette su sette.
Busto per Busto
Insomma, Busto Arsizio, dopo la piscina Manara – per la quale ormai non resta che attendere… – si trova davanti a un altro problema enorme. E questa volta non c’è soltanto un impianto da salvare. C’è una squadra da salvare.
E con lei, vent’anni di storia sportiva di Busto Arsizio, con tanto di scudetto e triplete nell’indimenticabile biennio 2011/12, in cui tutta Italia parlava di Busto Arsizio, delle sue farfalle e della meraviglia del PalaYamamay
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