Strade (in)sicure

criminalità strade sicure

Dal punto di vista tecnico degli investigatori non si tratterebbe della classica rapina in villa, ma l’assalto di un gruppo di malviventi, giovedì 17, a una famiglia di Sesto Calende all’ora di cena, è comunque un episodio molto preoccupante. Perché alza l’asticella della criminalità dedita ai furti nelle abitazioni, fenomeno molto diffuso e, appunto, motivo di inquietudine tra la popolazione; uno dei tanti motivi da rubricare sotto la voce “sicurezza”, reale o percepita che si voglia dire, argomento in cima alla lista delle emergenze sociali. Di quelle che richiedono interventi di prevenzione prima che la situazione sfugga di mano.

Come è accaduto nei giorni scorsi nella vicina Rozzano, popoloso quartiere milanese ad alta densità di delinquenza: le gente è scesa in strada a caccia di coloro che turbano, minano, alterano la tranquillità pubblica. Nel mirino gli stranieri, considerati, non senza vere ragioni, gli individui di maggior disturbo, protagonisti di violenze e ruberie non più tollerabili. E allora, vista l’impotenza dello Stato che non riesce a fronteggiare il problema, i cittadini hanno deciso di farsi giustizia da sé. Sbocco prevedibile quando la sopportazione varca la linea di demarcazione tra la tolleranza e la paura, tra l’attesa di interventi risolutivi e la mancanza di risultati.

Certo, si tratta di un esercizio arbitrario dei propri diritti. Ma non c’è da stupirsi. Succede, potrebbe succedere ancora, laddove gli scenari inducono all’esasperazione. Città come Gallarate, caratterizzata da zone ad alto rischio come la piazza e le vie contigue alla stazione ferroviaria, fanno tutti i giorni i conti con la sopraffazione e l’inciviltà di persone per la stragrande maggioranza immigrati. Le forze dell’ordine organizzano spesso controlli massicci per arginare questi inaccettabili comportamenti. Però ancora non basta.

Alcuni anni fa, ai tempi della Lega Nord di Umberto Bossi, le sezioni padane organizzavano ronde nelle aree più esposte. Più che altro propaganda politica: c’era chi partecipava ai pattugliamenti con i tacchi a spillo e la pelliccia di visone. Oggi i cittadini provano a proteggersi dai furti con i cosiddetti controlli di vicinato, forma di autodifesa che ha un doppio valore: effettivo e simbolico rispetto alla necessità che siano le istituzioni a fornire risposte.

Ma le istituzioni sono gestite dalla politica. E allora, se Matteo Salvini chiede di potenziare l’operazione “Strade sicure”, estendendo la presenza dei militari nelle città anche di provincia, c’è chi lo contrasta adducendo una serie di motivi, dai costi troppo alti all’impossibilità dei soldati di agire con funzioni di polizia. Per non dire del sospetto che il no di una parte del governo, in primis del ministro Guido Crosetto, abbia come secondo fine il tentativo di delegittimare la Lega su un tema che, a differenza di molti altri che propone, meriterebbe considerazione: i militari funzionerebbero da deterrente e assolverebbero in parte alle carenze degli organici delle tradizionali forze dell’ordine, numericamente impossibilitate a presidiare l’intero territorio.

In fondo, come in tutte le cose, è soltanto questione di volontà politica: non si tratta di militarizzare il Paese, ma di renderlo più sicuro. Per evitare che a scendere in piazza sia la gente e, soprattutto, che finisca per credere alle suggestioni di ex generali pronti a risolvere il problema con soluzioni altrettanto inaccettabili, immaginate quali.

Busto, «la sicurezza non si fa sui social». Tutte le sfide del controllo di vicinato

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