VARESE – Dalle sculture agli oracoli, dagli Arcani ai robot, cambiano gli strumenti ma resta la stessa domanda: come possiamo conoscere ciò che ancora non conosciamo? Da ieri, domenica 27 settembre, al Museo Castiglioni è aperto la mostra “Antica Intelligenza”, un percorso che non separa passato e futuro, analogico e digitale, rituale e tecnologia, ma li mette in relazione. I particolari del progetto, che parte da un’intelligenza antica per interrogare quella che stiamo costruendo, sono stati illustrati dal direttore Marco Castiglioni e dall’artista Marco “Marcondiro” Marchese Borrelli, alla presenza dei curatori Debora Ferrari e Luca Traini, di Sara Conte, ideatrice dell’allestimento, e di Antonio Bandirali, presidente del Circolo degli Artisti di Varese.
Arte divinatoria e valore etico
Come evidenziato da Bandirali, che fa seguire ai ricercatori scientifici europei ciò che succede nella provincia di Varese, «“Antica Intelligenza” mette in scena un dialogo tra l’arte africana tradizionale e quella dei nostri tempi». «È un gioco», ha spiegato Castiglioni. «L’AI, a cui ci si affida ciecamente, è come un oracolo moderno. L’obiettivo è far ragionare sul potenziale della nuova tecnologia che, come tutte le novità, presenta aspetti positivi e negativi. Ci affidiamo tutti a un oracolo, è un’esigenza antica come l’umanità: nell’antichità succedeva con la Pizia o la Sibilla Cumana. Dell’Africa saranno esposti oggetti di arte divinatoria, tra cui alcuni pezzi inediti».
«I device che si troveranno nella mostra – ha raccontato Marcondiro – sono nel segno di una certa ironia, o anche autoironia, un messaggio presente anche nel gioco di parole di chiamarla “Antica Intelligenza”. Il mio lavoro è un gioco e per me il gioco è una cosa seria, come dimostra il mio nomignolo che deriva da una canzone guerrafondaia. Le aziende che ora raccolgono i big data su di noi puntano a un transumanesimo, per applicare qualcosa che vada oltre i device della vita quotidiana: probabilmente avremo codici a barre o microchip inseriti nel nostro organismo».
Ma il ragionamento che ha a che fare con l’estetica è sempre legato a un’etica ben precisa: «Un neoumanesimo, che voglio dedicare ad Antonino Zichichi. In tutto quello che si fa in campo artistico il vero valore aggiunto è il valore etico. Così ho creato questi tool con Advanced Prediction Analisys, che però sono un po’ come la famosa frase della Sibilla – “ibis redibis non morieris in bello” – dove bastava cambiare una virgola per cambiare anche tutto il senso: un po’ una presa in giro, come succede oggi con le AI di certe aziende».
Il momento di passaggio tra due epoche e due culture
Le sembianze dei Robotarots richiamano quelle dei Giganti di Mont’e Prama in Sardegna, «opere che risalgono – così Traini – a un’epoca tra l’undicesimo a. C. e l’ottavo secolo a. C.: l’inizio dell’Età del Ferro, con una società in cambiamento. Ne rappresentano una fatta di arcieri, pugili e soldati e tramite questo linguaggio rappresentano anche la comunicazione di un nuovo tipo di civiltà. Così come fece Omero, che rielaborò quella micenea: anche in questo caso si tratta del passaggio tra due epoche e due culture».
«Il mio compito – queste le parole di Ferrari – è indagare l’arte contemporanea. Oggi si vedono più le cose da lontano che da vicino ma il messaggio che arriva è di una società che non stiamo vivendo. Ricordo che, quando comparvero, all’inizio gli impressionisti furono scacciati. Ma gli artisti lavorano per spiegarci qualcosa che dobbiamo ancora metabolizzare e che loro, invece, vedono già. In questo caso si parla dei lavori di un artista crossmediale: tra musica, video e arte visiva rappresenta un po’ un ponte tra due società, come successe per gli antichi romani e Giotto. Si tratta di uno scambio di pensiero molto complesso e in divenire; è solo la punta dell’iceberg del lavoro che c’è dietro. Appare semplice ma in realtà ha molte connessioni; in questo momento ci stiamo conoscendo, la mostra aiuta il confronto tra mondi separati. Penso che, riguardo all’approccio che dovremmo adottare, l’AI sia come un bambino che stiamo educando».
Tarocchi, Cabala, Smorfia e il Robot Primitivo
In “Antica Intelligenza”, la tecnologia non è soltanto qualcosa da osservare. Diventa uno spazio nel quale entrare, fare esperienza e interrogarsi. Il nuovo progetto espositivo mette in dialogo le opere africane della collezione, i rituali divinatori, i Robotarots di Marcondiro, rilettura contemporanea dell’universo simbolico dei Tarocchi, ispirata alla Cabala e alla Smorfia, e una serie di installazioni interattive dedicate al rapporto tra arte, tecnologia e Intelligenza Artificiale. Che cosa significa essere intelligenti? E, soprattutto, quale intelligenza vogliamo costruire per il futuro? È da queste domande che nasce la mostra, che gode del patrocinio di prestigiosi enti nazionali e internazionali; è accompagnata da un catalogo Trarari Tipi Edizioni con la grafica di Flai Graphic Design.
Al centro del percorso il Robot Primitivo, opera ideata da Marcondiro e ispirata ai Giganti di Mont’e Prama: una figura contemporanea che diventa ponte tra un’intelligenza antica, capace di trasformare materia, simboli e immaginazione, e quella artificiale, che oggi stiamo imparando a costruire. Dagli oracoli e dai sistemi simbolici delle culture antiche fino all’Intelligenza Artificiale, l’uomo ha sempre cercato strumenti per interpretare l’ignoto e dare forma a ciò che ancora non conosce. “Antica Intelligenza” porta questa ricerca nel presente e nel futuro, proponendo un confronto tra arte, antropologia, tecnologia e cultura. La mostra non vuole celebrare né temere la tecnologia, ma porre una questione di responsabilità: se siamo noi a progettare l’intelligenza del futuro, quale mondo vogliamo insegnarle a costruire?
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